Una vita competente

“I corsi per il conseguimento del dottorato di ricerca forniscono le competenze necessarie per esercitare, presso università, enti pubblici o soggetti privati, attività di ricerca di alta qualificazione”

La frase suddetta si riferisce al dottorato. In questo ambito, il termine “competenza” non suscita alcun sollevamento ideologico, poiché in linea con gli obiettivi della carriera accademica, allora perché se trasferita nel mondo dell’istruzione della scuola primaria e secondaria diventa suscettibile di “ammutinamenti sociali” che stigmatizzano la parola, rivestendola di un’accezione aziendalista, che verte verso logiche di mercato e non di formazione?

Tralasciando che il termine “mercato” non è un fenomeno demoniaco (semmai lo possono essere alcune sue leggi scritte e non scritte, di “pura” origine umana), l’entrata delle competenze nei banchi della scuola è indirizzata verso altri lidi, in cui la conoscenza è un elemento primario.

L’apparente dicotomia tra competenza e conoscenza può generare un cratere di incomprensioni formative e metodologiche.

La competenza a cui un determinato sistema educativo mira a far acquisire ai propri studenti e studentesse si traduce in un concetto multidimensionale, di cui ogni persona competente ne è la dimostrazione, sebbene non ne sia sempre consapevole.

Le tre dimensioni fondamentali per un essere umano (dentro e fuori la scuola) per tutto l’arco della vita si snodano in: sapere, saper fare e sapere essere.  Non sono competente se conosco in maniera compiuta le leggi della termodinamica ma non ri-conosco i suoi effetti nella quotidianità; non sono competente se conosco gli eventi storici, come fatti che si sono succeduti nel tempo e nello spazio, ma non sono in grado di tessere delle connessioni tra eventi passati e presenti, se non sviluppo la capacità di deduzione; se non sono in grado di elaborare a livello cognitivo ed emozionale le esperienze.

Pertanto la competenza non mortifica o penalizza la conoscenza ma la ravviva, la rende “operativa” nel senso più pieno della sua aggettivazione. Non esiste competenza senza conoscenza, ne è una parte fondamentale. Allora, perché tanta riprovazione? Perché dobbiamo aspettare di passare la soglia dei 20 anni e anche oltre, per iniziare a comprendere il significato di competenza?

Come tutti i termini abusati, si logorano presto, si alterano, si decompongono e rischiano di diventare materiale inquinante per l’atmosfera e, quindi per noi.

Accogliere la competenza fin dalla più tenera età, significa accogliere la nostra tridimensionalità in modo armonico e naturale, senza sovrastrutture; acquisire un abito “materiale, spirituale, emozionale, cognitivo” che ci accompagnerà per il resto della nostra vita. Come l’apprendimento delle lingue. Siamo tutti d’accordo che crescere bilingue è arricchimento per la persona, dunque cresciamo competenti.

Un dottorato che si inizia nella scuola dell’infanzia e che, sostanzialmente, non ha termine, quale addestramento alla ricerca, all’esplorazione, all’acquisizione di abilità trasversali. Una metodologia per vivere, in senso lato, in modo competente.

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