Teatro sordo LIS e italiano. Conversazione con Dario Pasquarella

Uno spettacolo che coglie l’essenza dell’essere umano, sospeso tra il principio di realtà e di finzione, Dialoghi da dietro le quinte di e con Dario Pasquarella, ci mostra un dialogo dei sensi, delle emozioni e della ragione che travalicano le apparenti barriere della comunicazione.

Ne abbiamo parlato direttamente con Dario, fondatore del Teatro Sordo LIS, un’innovativa forma teatrale in cui la LIS (Lingua dei Segni Italiana) e l’italiano vengono trattati alla pari, con un’uguale possibilità d’espressione linguistica, emozionale ed espressiva. Il teatro che, come lo definisce Pasquarella, è il mezzo per antonomasia che l’uomo possiede per costruire se stesso.

Una conversazione che fluisce in modo naturale grazie al flusso ininterotto di amore e conoscenza profonda di ogni piega del mondo teatrale, che ci trasmette con pacata tensione e generosità di contenuti, Pasquarella, essenza stessa della poliedrica dimensione della drammaturgia. Ascoltandolo, viene voglia di lasciare qualsiasi cosa si stia facendo e correre verso un palcoscenico, come spettatore, attore, regista, scenografo, diventare improvvisamente parte di un’opera.

Com’è nata l’idea della storia?

Dopo essermi già cimentato in opere originali che avevano al proprio interno più personaggi, e dopo aver sperimentato le varie difficoltà tecniche che tale tipologia di spettacolo comporta, ho deciso d’intraprendere una strada nuova e di provare a imbastire uno spettacolo che avesse soltanto due protagonisti, due personaggi in grado d’incontrarsi e di scontrarsi sulla scena alla pari. È stata una sorta di sfida: poter contare solo su due personaggi comporta la creazione di una scenografia ad hoc, la creazione di movimenti e di battute adeguate; il rischio che lo spettacolo sia “monotòno” è grande e l’obiettivo più importante da raggiungere è quello di non annoiare gli spettatori. Ho scelto, quindi, di portare in scena una commedia: questa è la prima commedia ad essere portata in scena da quando l’avventura di Arte&Mani Deaf Italy ha avuto inizio.

I protagonisti dell’opera erano già in embrione o sono emersi gradualmente?

Quando ho iniziato a imbastire la storia, sapevo già che aspetto avrebbero dovuto avere i miei protagonisti, sapevo che carattere avrebbero dovuto avere e avevo già iniziato a immaginare la scenografia e i loro comportamenti sul palco; poi, insieme a Sara Mirti, la curatrice del testo in italiano, abbiamo iniziato a costruire, passo dopo passo, la loro storia, le loro vicende personali e le avventure che avevano vissuto insieme. Piano piano, attingendo dalla nostra fantasia e dalle esperienze vissute, abbiamo creato dal nulla la storia di Gennaro ed Alfonso e, in poco più di un mese, abbiamo completato la prima stesura del testo.

Come si articola la messa in scena di un testo contemporaneamente bilingue?

La messa in scena di un testo originale che venga espresso contemporaneamente in due diverse lingue, la LIS e l’italiano, trattate con pari dignità, implica che vi siano molte modifiche in corso d’opera, e così a quella stesura ne sono seguite poi molte altre. Grazie all’aiuto e ai preziosi consigli di Laura Rubin, la curatrice degli effetti sonori e delle musiche, alla coreografia e agli insegnamenti di Ambra Bianchini che ci ha generosamente seguito e supportato e, grazie, all’adattamento del testo eseguita da me e dall’insostituibile Davide Baia, acuto e paziente interprete LIS, nonché assistente alla comunicazione e cantante in un coro, diventato per l’occasione attore vocale, lo spettacolo ha preso poi la sua forma definitiva.

Proprio a Davide si deve la presenza e la collaborazione di Federico Giannetti, l’attore cui appartiene la voce fuori campo del regista con cui Alfonso e Gennaro finiscono per scontrarsi. Grazie alla professionalità e all’impegno dell’intera Compagnia e all’apporto di tutti coloro che ci hanno sostenuto, lo spettacolo è stato un successo: si può dire che è il nostro piccolo capolavoro. Così è nata la storia: dalla collaborazione di tutti e dall’incontro delle nostre diverse capacità.

 Quali elementi drammaturgici ritiene siano fondamentali?

La cosa più importante, come ho già detto, è coinvolgere il pubblico, farlo sentire parte della storia, non farlo annoiare, non farlo sentire distante da ciò che accade in scena, ma fargli provare le stesse emozioni provate dai diversi personaggi.

I nostri sono spettacoli originali e completamente accessibili tanto a un pubblico sordo che a uno udente, per questo è di fondamentale importanza rappresentare entrambe le culture, entrambi i punti di vista. Bisogna tuttavia tenere presente che ogni spettacolo ha una propria economia interna, dei ritmi che vanno rispettati, un’identità che non va tradita, per questo è necessario mettere in scena la storia creata rispettandone le peculiarità.

Detto questo, è altresì necessario creare un “contenitore” adatto a tale storia: servono movimenti, tempi di entrata ed uscita, espressioni, oggetti scenici, musiche, balli adeguati. Il bello del teatro è che il mare delle emozioni può essere guidato nelle sue tempeste così come nelle sue risacche, e in questo la strategia registica può fare la differenza, può controllare sapientemente gli effetti che lo spettacolo ha sul pubblico, riuscendo ad alternare momenti di quiete e momenti di emozioni forti, attese e climax, colpi di scena e momenti corali.

In tutto ciò è necessario mantenere in costante equilibrio ed armonia le due diverse culture, quella sorda e quella udente, affinché chi osserva lo spettacolo possa coglierne agevolmente le diverse caratteristiche.

Come costruisce la messa in scena, rispettando ogni parte del testo scritto e donandogli la vita attraverso la rappresentazione scenica?

In ambito teatrale ad affiancare segni e parole ci sono, ovviamente i gesti, le movenze corporee e le espressioni, utili a guidare lo spettatore all’interno dello spettacolo e a fargli conoscere nell’intimo i vari personaggi. Prima bisogna avere chiaro il soggetto dello spettacolo che si vuole rappresentare, poi, bisogna iniziare a immaginarne la realizzazione e infine la drammaturgia va scritta quasi “su misura”, vale a dire rispettando il disegno scenico già immaginato, ricalcandone il ritmo ed esaltandone le caratteristiche.

Naturalmente è altresì necessario che tutto quello che abbiamo immaginato e scritto venga messo alla prova: il testo e le azioni teatrali nascono principalmente dalla pratica della messa in scena e durante le prove dei nostri spettacoli viene attuata una costante riscrittura dei testi e un parziale ripensamento delle azioni sceniche.

Quando tutto ciò che si trova sul palco, gli oggetti, le luci, il movimento degli attori, le loro espressioni, le loro voci, i loro racconti in segni e in parole, riesce ad attirare l’attenzione del pubblico e a suscitarne l’empatia, allora si può dire che abbiamo fatto un lavoro ben riuscito e che i nostri sforzi non sono stati vani.

Vorrebbe inviare un messaggio con quest’opera?

Il messaggio dello spettacolo è evidente: si tratta di un inno al teatro. Come c’insegnano gli antichi, in un mondo di maschere terribili e, spesso, incomprensibili, il teatro aiuta a riempire le nostre vite di nuovi significanti e quindi di nuovi significati, portando allo scoperto le nostre caratteristiche più vere, esasperando le emozioni e rendendole finalmente intelleggibili.

Non importa che si scelga di affrontare tematiche legate a una coscienza storica, sociale, o alla coscienza individuale, che siano storie di violenza, di sopraffazione o di autoaffermazione e riscatto: non c’è nulla che attraverso il teatro non possa essere affrontato e risolto, sublimato attraverso la messa in scena.

Anche i protagonisti dello spettacolo troveranno il coraggio di giudicare l’ambiente in cui vivono e di definire se stessi e i propri sentimenti attraverso il mestiere del teatro, e la speranza è che il pubblico, osservandoli, tornando alle proprie case e alle proprie differenti realtà possa trovare lo stesso coraggio di mettersi in gioco.

Può descrivermi in breve per lei che cosa è il teatro?

Il teatro è racconto, cultura, memoria, identità, certo, ma per prima cosa è “vita”. Il teatro è vivo, letteralmente, perché riguarda persone vere, chiama in causa il loro lavoro, i loro sentimenti, le vittorie, i fallimenti, i punti di forza, le debolezze, le aspirazioni, e tutto ciò che di positivo e negativo si annida nell’animo umano.

Il teatro prende vita attraverso le esistenze delle persone che lo attraversano: attori, autori, registi, tecnici, pubblico… Sulla scena l’umanità non ha più nascondigli: qualsiasi sia il copione esso si muove attraverso corpi reali, attraverso rughe, respiri, spigolosità o rotondità, attraverso sguardi e ritmi diversi per ciascuno.

Non è come al cinema, i personaggi a teatro non sono mai a due dimensioni e le emozioni che veicolano sono molto spesso tanto “corali” quanto immediate, condivise con chi le osserva nell’attimo stesso in cui vengono provate. Il cinema invece offre spesso emozioni “preconfezionate”; inoltre bisogna tenere presente che ogni performance teatrale è unica, così come ogni esposizione vocale o in LIS, perché il corpo, attimo dopo attimo, non è mai uguale a se stesso, Per questo, secondo me, il teatro rappresenta lo strumento più efficace e prezioso che l’essere umano ha a disposizione per esprimere e costruire se stesso.

Lo spettacolo Dialoghi da dietro le quinte torna sulle scene il 10 Giugno 2018, alle 21 presso il Cinema Teatro Olbia – Via Delle Terme, 2 Olbia, in occasione del Festival  “Teatri Peregini” che apre il sipario il 31 maggio 2018 alla sua IV edizione.

In programma dibatti, proiezioni di film, esposizioni e incontri formativi e culturali tutti dedicati all’esplorazione e al superamento dei limiti individuali e culturali, alla rappresentazione della diversità e della disabilità intesa come ricchezza e opportunità di crescita personale e collettiva.

Per i più piccoli, da giovedì 7 a Sabato 9 Giugno 2018, si svolge un Laboratorio teatrale espressività corporea,  rivolto alle Scuole dell’Infanzia di Santa Teresa Gallura.

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