Gilberto Govi. Il Charlie Chaplin del teatro

Teatro con Gilberto GoviEra la prima volta che andavo a teatro, ero emozionata, non stavo più nella pelle, avevo scelto il vestito da indossare con molto anticipo e …via, dopo una cena molto frugale, tutti e tre eravamo davanti all’ingresso del teatro.  Una lunga fila di gente ci precedeva, e chissà perché temevo  che non avremmo più trovato posto. Al botteghino ci diedero i biglietti prenotati in anticipo ed entrammo. Le luci si abbassarono quasi subito, si fece uno  strano silenzio. Il sipario si alzò ed un attore, piccolo di statura, con due occhi vivi, occupò il centro della scena.

L’applauso fu immediato e il protagonista fece un piccolo cenno con la testa, quasi un inchino, verso il pubblico. Io ero preoccupata, non riuscivo a vedere bene, ero troppo piccola, e così risolsi il problema incrociando le gambe sopra il cappottino che avevo messo, piegato in quattro, sul sedile  della poltroncina. Restai così, a bocca aperta per tutto il  tempo, affascinata dalle battute di Govi intercalate da lunghi silenzi, da quel volto che parlava più delle parole. “ La buonanima”, e molte sue battute erano già entrate nei discorsi che si facevano a tavola, spesso la sera.

Il pubblico non poteva fare a meno di ridere, il suo modo garbato di recitare, teneva tutti sulle…spine perché talvolta l’improvvisazione del suo volto rendeva comprensibile anche il dialetto genovese più stretto.  Non ho mai dimenticato quella serata, e se non è stata, per fortuna, l’ultima alla quale ho assistito, ne ho un ricordo preciso e limpido.

Vidi altre recite, con interpretazioni sempre più piacevoli, e quando il cartellone delle programmazioni invernali veniva affisso in bacheca io e la mia famiglia non mancammo mai, e il grande Govi  divenne proprio uno di.. famiglia, per me e per i miei.

Teatrante per vocazione. Genovese di nascita ed italiano applaudito in tutto lo Stivale

Govi nacque nel 1885 e cominciò a recitare a 14 anni in una filodrammatica (compagnia teatrale di dilettanti) dove i personaggi erano lavoratori del porto, o impiegati negli scagni dei ”caruggi”, le tipiche viuzze delle città liguri, o nei panni di madri capofamiglia o ragazze in cerca di marito. I suoi genitori non erano proprio contenti di questa scelta e contemporaneamente lo mandarono a lavorare nelle officine elettriche. Ottenne poi i suoi primi successi  sostenendo le parti brillanti nelle commedie “La zia di Carlo” “Il marito in campagna” e “Divorziamo”. Nel 1916, anno di guerra cruda, tutti parlavano di ciò che succedeva al fronte, per la prima volta fu istituita l’ora legale e nelle strade furono usate le lampadine tinte di blù per rendere meno visibili le zone della città esposte ai bombardamenti.

Le scuole e le università organizzavano recite per raccogliere fondi per l’assistenza ai soldati rimasti feriti, e Govi diede il suo contributo allestendo recite per loro. Vi assistevano anche molti  soldati e tutti, anche se erano napoletani, calabresi, siculi, romani, veneti, fiorentini, romagnoli, proprio non potevano fare a meno di essere felici e dimenticare la tragedia della guerra e  tutto ciò che avevano vissuto nelle trincee ove i pericoli corsi li avevano fatti convivere a fianco della morte.

Dopo un po’ di tempo il giovane Gilberto cominciò a dubitare delle sue capacità perchè temeva non avere le doti che invece riscontrava negli attori ai quali si ispirava, Zacconi, Talli, Calabresi, Falconi e che erano i suoi idoli, ma a convincerlo a non mollare fu la signorina Franchi Rina alla quale si legò per tutta la vita e con lei formerà una coppia teatrale inimitabile.

Riuscì comunque a “sfondare” impersonificando la parte di Giacomino in “Romanticismo” di Rovetta e il procuratore Ranetti in “Tristi amori” di Giacosa e tanti altri. Tutti i teatri liguri lo videro protagonista nelle commedie in dialetto  genovese e  ben presto la sua fama valicò gli Appennini e con i testi di “I  manezzi pè maià na figgia”  e “Ciù a puia che ò mà” portò in giro per l’Italia il suo repertorio e cosa quasi inspiegabile tutti riuscivano  a capire, ed il pubblico accompagnava ogni battuta con risate che rimbombavano in tutta la sala.

Recitare in genovese non piace all’Accademia, ma critici e artisti lo acclamano

Come a volte succede non a tutti garbava il suo successo e così l’Accademia Nazionale di Teatro gli consigliò di non recitare più in dialetto. Al che Govi nell’uscire dalla sala ove era stato convocato, disse: “ Sono certo che dovrete richiamarmi ed allora lo farò a testa alta”, quella volta uscì dalla scena senza applausi.

Nel 1917 sposò la sua amata Rina che lasciò la compagnia dove era la prima donna per fare coppia fissa con lui. Con quella sua maschera, e con quella voce originale e ricca di modulazioni Govi conquistò Torino ed anche Gabriele D’Annunzio che, per invitarlo a Fiume, gli scrisse: “ Il riso conviene all’ardore, eccone un saggio, ci sono genovesi di fegato asciutto. I fiumani hanno imparato dai soldati tutti i linguaggi d’Italia, perché non venite, portateci l’accento della vostra gente di mare, avrete franche accoglienze e calorosi grazie. “

Dopo Torino conquistò Milano ed il grande scrittore giornalista Renato Simoni, cooautore del libretto della Turandot di Puccini,  sul Corriere della Sera scrisse:” Confesso che la recitazione della compagnia di Gilberto Govi mi aveva spaventato. Il dialetto genovese non ha fama di arrendevolezza, invece, con grande sorpresa, l’abbiamo trovato affabile, cordiale e comunicativo.

Inizialmente si sono capite poche parole, ma subito dopo la sua parlata non aveva più misteri. Recita con misura, chiarezza e verità, ed è sobriamente allegra.

Nella commedia Quando la pera è matura e Si chiude aveva 2 caratteri diversi da interpretare, ma i suoi gesti, gli sguardi, la voce, ogni particolare era gustosamente conveniente ai personaggi. Con quel suo viso e con i suoi occhi così intensi riesce a provocare il riso e si serve delle battute per colorire i suoi personaggi che raccolgono immediatamente l’applauso. E’ stato, il suo, un successo perchè colorito da una finezza e burbera giocondità irresistibile.”

In quegli anni gli attori dialettali erano molti. Dal Veneto, Cesco Baseggio ai fratelli De Filippo a Napoli, al siciliano Angelo Musco, ai torinesi Carlo Campanini, Erminio Macario, al milanese Edoardo Ferravilla, ai romani Checco Durante e Petrolini ed infine al fiorentino Andrea Niccoli e la moglie Garibalda.

Govi attraversa l’Oceano

Govi entrò a far parte di quell’ élite e con le commedie “I Gustavino e Passalacqua” “Na vurpe vegia” “Togno me tocca” “La Buonanima” “Articolo quinto” “ Colpi di Timone” “Sotto a chi tocca” e molte altre, (in totale 78), ebbe da tanti critici teatrali apprezzamenti e complimenti.  Ora l’Italia gli era stretta. Varcò gli oceani e l’America lo accolse a braccia aperte. I teatri furono riempiti non solo dagli emigranti, ma da americani che riscoprirono quel dialetto che risuonava nella Little Italy. E l’Argentina e l’Uruguay, dopo un mese di repliche non riuscirono a trattenerlo più del lecito in quelle terre, perchè il richiamo della lanterna e la nostalgia dei sapori della cucina genovese, erano troppo forti.

Un attore che si impadronisce dell’anima del pubblico

Govi ha sempre detto che bisogna avere la responsabilità di fronte all’arte: quella di non deluderla.

E seppe così far coincidere gesti parole e movimenti in una tale simbiosi che nell’uomo che era sul palcoscenico dovevi e potevi riconoscere  proprio il vicino di casa,con tutti i suoi difetti ed i suoi pregi. Ettore Romagnoli critico e letterato scrisse: “ Non avrei mai pensato che il dialetto genovese riuscisse a conquistare l’attenzione più di quello toscano, napoletano, veneto e siciliano. Govi un attore che s’impadronisce dell’anima del pubblico, e su di lui bisognerebbe fare uno studio ampio e ragionato, perchè passa in un attimo da un personaggio dimesso, ad essere primo interprete che, se anche sta in silenzio al centro del palcoscenico,  non puoi far a meno di definirlo un ….grande.”

Ad una sua “prima” a Roma, l’iniziale silenzio del pubblico, avrebbe spezzato le gambe a chiunque.

Ma bastò un passo in avanti, un piccolo cenno con la testa, l’avvicinare la mano ad un orecchio, pronunciare in un italiano più pulito alcune frasi, che, anche i romani riuscirono a seguirlo nel proseguo della recita. E il critico Luigi Antonelli il giorno dopo pubblicò questo suo giudizio: “ Govi è nell’arte del teatro quello che fu Charlie Chaplin nell’arte dello schermo. Una specie di macerazione sublime della sventura espressa comicamente. L’archètipo della maschera del pianto, la smorfia della risata senza voce, la tenerezza che sorride fuggevolmente per paura di smarrirsi, l’ira diventata angoscia prima di prorompere. La vera e grande arte quando rivela o interpreta o deforma la vita, lo fa senza mai  che la sua comunicazione col pubblico sia facile.

Semplice sì, perchè espressa con rinuncie, perchè sacrificata dall’attore dentro di sé, semplice quando, per esprimerla, l’attore non ha trovato che un mezzo, tra i tanti che aveva a disposizione, quello della verità scenica diventata quintessenza nella voce, nel gesto, nella maschera.”

Chi sono io per aggiungere qualcosa d’altro? Non sono certo quella ragazzina tredicenne che lo vide per la prima volta. Mi fermo qui, e  sono  solo  capace  di dirgli: “Ci manchi, o quanto ci manchi, caro Gilberto Govi”!!!

 

 

 

 

 

 

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