La Grande Retata, il tentativo di sterminio del popolo gitano
Scriveva il quotidiano spagnolo El Pais, il 15 settembre 2024, che la grande retata dei gitani, ossia il tentativo di stermino iniziato con gli arresti dell’intera popolazione su scala nazionale il 30 luglio 1749, sotto il regno di Ferdinando VI e per ordine del marchese di Ensenada, continua ad essere un capitolo della storia spagnola rimosso, escluso dai libri scolastici.
Ma il fatto è tornato al centro dell’interesse pubblico grazie all’autrice e attrice che porta in scena da circa due anni il monologo teatrale No soy tu Gitana e il successo del libro pubblicato nello stesso periodo – ed è già in preparazione la sua 4ª edizione – dal titolo Martinete del rey sombra (ed. Jekyll & Jill) dello scrittore, poeta e insegnate di storia, Raúl Quinto.
La grande retata. Per 18 anno di schiavitù
Il 30 luglio 1749 su ordine di Ferdinando VI, con l’appoggio della Chiesa e sotto la guida del marchese di Ensenada (Zenón de Somodevilla y Bengoechea, de facto primo ministro del regno), in tutte le città spagnole scattò una pianificata operazione militare che, proseguendo nei giorni seguenti, portò all’arresto di migliaia di gitani. Anche se non si esistono cifre precise, si ritiene che furono detenuti tra i 9mila e i 12mila senza distinzione di età e di genere.
Gli uomini con gli adolescenti furono mandati a lavorare negli arsenali, le donne rigorosamente separate dagli uomini, con i figli piccoli, nelle fabbriche carcerarie. Trattati come schiavi, la prigionia, per alcuni perennemente in catene, durò per 18 anni, quando venne concessa l’amnistia.
Tentativo fallito
In Martinete del rey sombra – vincitore del Premio Cálamo Otra Mirada 2023 e del Premio Nacional de la Crítica 2024 – Quinto descrive “un processo promosso dalla Stato che aveva come scopo l’estinzione del popolo gitano nella sua totalità”, eliminare “una radice infetta” si legge nei documenti dell’epoca, come riporta il sito lavozdelsur.es.
Un tentativo di sterminio fallito che aveva già ampiamente raccontato, pioneristicamente, il giornalista Antonio Gomez Alfaro (1931 – 2016) nel suo testo La grande retata dei gitani (in Italia disponibile sulla piattaforma di Mondadori), pubblicato alla fine del secolo scorso.
Quinto, nella stesura della sua opera, oltre a seguire attentamente il lavoro divulgativo di Gomez Alfaro è stato in contatto e si è confrontato con lo storico Manuel Martínez.
Nemmeno una nota a piè di pagina
Lo scrittore ha confermato con sorpresa la lacuna nei programmi di scuola e nella ricerca accademica: “Nessun riferimento, nessuna nota a piè di pagina nei libri di testo” della retata.
Quinto, invece, non si limita alla ricostruzione di quei tragici fatti, ma partendo dal racconto delle origini del popolo gitano, – scegliendo, fra le varie ipotesi, la teoria della storica gitana, Sara Carmona – tratteggia la corte dei primi Borboni spagnoli, dei loro politici, dei loro lussi scandalosi ma anche delle tragedie personali.
Restituendoci il quadro socio – politico spagnolo del XVIII secolo, lo scrittore ricorda i piani di ammodernamento del marchese di Ensenada; piani che implicavano di “omogeneizzare la società secondo un certo spiacevole modello illuminista, nel quale i “gitani erano superflui”.
Dal 1499 alla Seconda guerra mondiale
Perché gli zingari, o Rom, o gitani (varie le denominazioni che indicano i popoli romaní, provenienti dall’Asia Settentrionale e diffusosi in Europa – soprattutto dell’Est, durante il Medioevo), quando giunsero in Spagna, nel 1425 furono, da principio, ben accolti.
Ma già nel 99 dello stesso secolo, i Re Cattolici emanarono una legge che mirava alla loro sparizione. E da quell’anno fino alla Grande Retata del XVIII secolo si susseguirono oltre 200 leggi con lo stesso obiettivo, vale a dire, secondo Quinto, che “i gitani smettessero di essere gitani”.
Il 30 luglio 1749, pertanto, fu una conseguenza del secolare rifiuto diffuso in tutta Europa verso i romaní che vedrà il suo culmine nei campi di sterminio nazisti nella Seconda guerra mondiale: il genocidio che vide morire circa 500mila persone, questo sì riconosciuto dalla Storia con il termine romaní, Porajmos, che l’Unione Europea ricorda dal 2015 ogni 2 agosto.
Come si costruisce la Storia
La rimozione del capitolo buio del regno di Ferdinando VI di Borbone, si deve a che “la storia la scrive chi ha gli strumenti per raccontare la propria storia” e la cultura del popolo gitano non è scritta è stata sempre “racconta dagli altri, dall’esterno”. E lo scrittore nel libro dedica un capitolo di “come si costruisce la Storia” e dell’importanza “della memoria condivisa”.
Dimenticare questi fatti “significa rubare l’identità non solo del popolo zingaro ma dell’intera Spagna” e dell’intera Europa.
Immagine: poeta, scrittore e insegnate di storia, Raúl Quinto, autore del libro ‘Martinete del rey sombra’ (ed. Jekyll & Jill), giunto alla 4ª edizione


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