Piotr Hanzelewicz. Sostanziale ambiguità della materia, convenzione dello spirito umano

Materia prima, simbolo di un’indagine filosofica ed estetica intorno al concetto di ambiguità, di ambivalenza, dimensioni spesso nascoste dalle convenzioni, dalle abitudini, dalle “apparenti realtà”. L’arte di Piotr Hanzelewicz rivela e cela al tempo stesso, la schiettezza del suo articolato pensiero che nasce da un’autentica onestà intellettuale, emozionale ed artistica.

Piotr non si intervista, ma si lascia raccontare, attraverso un flusso consapevole di coscienza, la sua arte è connaturata al modo di concepire la vita e viceversa.

La sua narrazione parte dal vivo delle sue attività artistica, la mostra Laborioso Laborioso Laborioso, focalizzata sull’euro del 2013, presso l’Istituto polacco di Roma. Una fresca cascata di chiare e dolci acque, che non stravolgono, ma coinvolgono con riserbo e rispetto per chi lo ascolta.

Soggetto della personale è il denaro, la convenzione per eccellenza, mi spiega Hanzelewicz, il suo interesse parte dal terreno ambiguo della sua patria natia, la Polonia, che entra nel 2004 nell’Unione europea, ma non nell’eurozona.  Politicamente nell’unione, senza accogliere il sistema monetario comunitario, sfaccettature diverse, all’interno di una contraddittorietà.

Partendo dal particolare, la mostra abbraccia l’universale, il rapporto tra denaro e desiderio, tra realtà e rappresentazione. Un racconto visivo che prende ispirazione sia da Ghiaccio Nove racconto di Kurt Vonnegut (Busy, Busy, Busy in originale) da cui prende il titolo la mostra, sia dal racconto del sociologo Alberto Abruzzese, Mille lire a sguardo.

Busy, mi illustra, Hanzelewicz è legato al concetto di business, descrive un rapporto diretto con il tempo, dimensione legata alla finanza, e la traduzione in italiano si ricollega al termine labor, espressione di fatica, sudore. Ritorna il concetto di ambiguità, in modo circolare, insito nelle sue opere e nel suo approccio concettuale ed emozionale alla vita. L’antica dicotomia tempo/denaro è ancora valida?

L’euro, per la prima volta, una moneta che prende il nome da un territorio, esprime tutta la sua fisicità legata al terreno che l’ha generata. Una mostra che ci “mostra” il “vecchio capitalismo” che si muove verso la finanza immateriale.

“La mostra sull’euro presenta 2 aspetti diversi e il lavoro si è evoluto e mi sono concentrato sulla moneta di 1 centesimo, è denaro, ma difficilmente viene accettato: chi vuole la moneta di 1 centesimo?

“Linee guida” che ritroviamo nello spazio del gallerista Rosso20sette  con la mostra Art is money, money is art del 2018: “Niente come l’arte può celebrare il denaro e la finanza”: il rapporto tra l’arte ed il denaro in 60 opere in mostra (e in vendita) di 18 artisti internazionali, a cura di Edoardo Marcenaro.

Il denaro, ritorna nella sua recente mostra One hundred bucks and few cents, presso l’Istituto Polacco. Perché il denaro chiedo a Piotr.

“Sono stato invitato a ragionare sulla natura dell’arte, sulla contraddizione tra economia e finanza, tuttavia una mostra non dovrebbe essere tematica, istituzionale, più un progetto autoreferenziale, favorito dalla situazione contingente. Secondo me non esiste una tematica più o meno valida, ma si tratta soprattutto, risonanza con una sensibilità e il modo in cui si reagisce ad un determinato stimolo.

Una motivazione universale e personale, io devo risolvere il mio rapporto con il denaro, una forma di lavoro con se stessi, attraverso la materia e tutto quello che passa dal filtro di chi la elabora”.

Rimanendo in una dimensione puramente convenzionale, “quale è la differenza tra l’esposizione artistica, rappresenta dall’euro e quello di One hundred bucks, che ha come protagonista il dollaro?

Il dollaro offre un confronto diretto oltre la materia, oltre il valore dei soldi, l’artista, mi ricorda, ad esempio, il valore che aveva una banconota di un dollaro, ai tempi del comunismo, in Polonia, terra dei suoi genitori, con la madre che vedendo la banconota ricostruita dal figlio, lo apostrofa, esclamando: “Hai idea di quello che si poteva comprare con un dollaro a quei tempi?”

La banconota ha un valore simbolico, storia del capitalismo che vive sulla banconota; l’opera di distruzione e ricostruzione della banconota, concepita e poi realizzata da Piotr, intreccia banconote non in circolazione con banconote in circolazione. Partendo da 200 pezzi, ne ri-crea 100, dando origine ad una visione, ad una lettura del denaro nella sua quotidianità; Piotr cita Georg Simmel, Filosofia del Denaro, che scrisse nel 1900, dove descrive il denaro come un ponte verso obiettivi definiti, ma non è possibile vivere senza quel ponte.

Bisogna chiarire con se stessi, desideri ed esigenze, così il denaro passa in subordine, se il desiderio è esclusivamente focalizzato sul denaro, ci si perde. La mostra sui dollari ha una genesi lunga, 200 banconote per farne 100, comprende un immaginario variegato, pensiamo solo al valore di una banconota per gli americani, dove di solito si incornicia il primo dollaro guadagnato che viene appeso come simbolo di una nuova vita.

One hundred bucks and few cents, crea una griglia di intrecci, cercando di ricombinare un dollaro, impossibile ricostruirlo nel minimo dettaglio, anche solo per lo spessore della carta, ci sarà sempre uno sfasamento. Hanzelewicz, per natura, aspira al dettaglio, a fare le cose per bene. Un muscolare ed emozionale braccio di ferro tra ordine e disordine, tra perfezione ed imperfezione.

Nella sua ricostruzione artistica e simbolica del dollaro, l’artistica lavora sulla misura 4X4, quella misura cara a tutti noi della Generazione X, evocatrice del famigerato quaderno a quadretto delle elementari, dove ci si cimentava con i principi dell’aritmetica: numeri, addizioni e sottrazioni che permettono di affrontare le prime spese, di ragionare sul resto che si ottiene. Quei quadretti hanno ospitato le prime cifre elaborate nell’infanzia. Così con la griglia 4X4 ricrea il rapporto tra forma e contenuto. Un rapporto tautologico con la materia.

Una materia che genera un residuo materico che si fa concetto. La compilazione di 100 banconote, nate da 200 banconote, genera degli scarti; nel momento in cui applica un protocollo, c’è un residuo che l’artista chiama“cents”, resti, sono i pochi spiccioli.

Nella mostra, organizzata da Rosso20sette, gli scarti vengono visualizzati, in una sala adiacente alla mostra principali, spazi specifici, di 2 momenti specifici, ma nel caso dei centesimi, non sono visualizzati, ma si ha solo lo sporco che lascia l’ossidazione di 1 centesimo sulla carta. Si raffigura il segno che lasciano le monete, l’azzurite, ad esempio, opere in assenza di materia prima.

Inoltre, Hanzelewicz, evidenzia il rapporto di 1 a 100, della banconota, in quanto il numero 100 ha per l’artista, un’idea di rotondità, di pienezza. Cita il voto di maturità 100, laurea, 110/110, oltre la maturità. Una sorta di clessidra del tempo, da un lato i centesimi, dall’altra l’unità 100, Due aspetti di una stessa realtà. Pensando alla pienezza del cosmo, richiama la costellazione di Eurione, protocollo digitale del denaro, adobi e xerox, che impediscono di fotocopiare. Uno schema di simboli che si trova su diversi disegni di banconote, all’incirca dal 1996. Tale software può quindi impedire la riproduzione delle banconote allo scopo di evitare le falsificazioni usando le fotocopiatrici a colori.

Piotr ricorda come i personaggi delle banconote in lire abbiano accompagnato la sua infanzia: Marco Polo, Giuseppe Verdi, Galileo, Leonardo da Vinci, Montessori fino a Caravaggio e Raffaello. Ora non esiste più un referente nazionale nelle banconote.

La generosità di Hanzelewicz, si manifesta anche nella fruizione delle mostre stesse. Organizza visite guidate per appuntamento, offrendo la possibilità al visitatore di entrare in un doppio immaginario, quello dell’artista e il proprio.

Una delle funzioni dell’arte è proprio quella di arricchire la nostra creatività e fornirci nuove chiavi di lettura del mondo contingente e sostanziale. Pensiamo solo al rapporto tra arte e scienze di origine rinascimentale e che è stato ripreso con potente genio creativo dall’arte contemporanea.

Nel suo suggestivo excursus della sua personale riflessione tra arte e denaro, cita la mostra All’ombra del Pavone, allestita all’interno della Biblioteca del Senato, nella sala degli Atti parlamentari, nel 2014. Luogo per antonomasia raffigurante il rapporto tra denaro e potere, tra cultura e potere; la sala, deposito legislativo per il bene e per il male.

In ambiente senatoriale, con un raccordo storico-mitologico, Hanzelewicz accenna all’episodio dell’attacco dei Galli al Senato romano, salvato, grazie allo starnazzare delle oche del Campidoglio, sacre alla dea Giunone Moneta. Allora moneta, deriva da monere (ammonire), successivamente si edificherà la zecca nel colle del Campidoglio. Il pavone, era una animale caro alla dea Giunone. La mostra fu organizzata con la collaborazione e il patrocinio dell’Istituto Polacco di Roma, e  curata dalla storica e critica d’arte Michela Becchis.

I simboli di cui parla Hanzelewicz si fanno universali e particolari ed il suo immaginario racchiude le diverse culture, di cui lui stesso è manifesto di due culture, quella polacca e quella italiana.

I genitori si trasferiscono in Italia, quando lui ha 5 anni, il padre è musicista e vince un concorso presso il Teatro dell’Opera; la formazione primaria e secondaria la svolge all’Aquila, poi sente la necessità di confrontarsi con le sue origini che, grazie all’educazione dei genitori, sono ben radicate dentro di sé e si trasferisce a Łódź, iscrivendosi al corso di laurea in Musicoterapia (anche Piotr è un musicista, suona il contrabasso).

Il suo è un tentativo di creare una serie di relazioni con la terra di provenienza e anche con il padre.

Vuole capire che significhi per lui, essere polacco, per poi scoprire che non è solo polacco, solo italiano, ma è semplicemente ricco, e gli piacerebbe avere maggiori ricchezze, provenienti da altri paesi. Quando l’ardore per una propria nazione diventa confine con l’altro, la differenza si trasforma in diffidenza, e per la società, tutta un pericolo di convivenza e di comprensione umana.

Lo studio sistematico dell’Arte arriverà dopo, con il rientro in Italia e l’iscrizione all’Accademia delle Belle Arti dell’Aquila

Hanzelewicz, in particolare dopo il terremoto dell’Aquila, combina la sua arte ad un ventaglio di lavori, tra i più svariati che, con trasparente candore, forse figlio di quell’ambiguità esistenziale ed artistica alla base della sua poetica, elenca nel suo profilo professionale online: muratore, cameriere….

Proprio quando stava svolgendo lavori apparentemente lontani dal mondo artistico è quando sente ancora più forte la necessità di esprimersi e di creare mostre ed installazione. Quando gli chiedo che cosa consiglierebbe ad un giovane innamorato dell’arte, se perseguire i suoi sogni o intraprendere una professione “più sicura”, Piotr risponde di non ascoltare i i consigli, ma di rimanere collegati con la propria passione, fare con i mezzi che si ha, fare non solo pensare. Fare, cercando di ascoltarsi, facendo spazio ad un bisogno reale, ad una voce che sembra bussare alla nostra anima.

Fin da adolescente, Piotr è un accanito frequentatore di mostre e collettore di cataloghi: seguiva con passione le lezioni di Storia dell’Arte, grazie anche alla sua docente. “Nel periodo in cui mio padre lavorava ad Innsbruck, io avevo 4 anni, prendevo i suo vestiti, li distendevo nel letto e ci mettevo il pallone di mio fratello, come tesa, oggi potrei chiamarla installazione”.

Con quest’immagine, mi vedo costretta ad interrompere il racconto di Hanzelewicz, arrichita da una visione artistica che riflette il suo sguardo sul mondo

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