Giulio a Piazza Tahrir. Cinque anni di dieci anni dopo

Il 25 gennaio 2021 si compiono 10 anni dalle rivolte popolari in Egitto contro la disoccupazione e la politica repressiva che videro il loro culmine proprio quel giorno a piazza Tahrir, al centro del Cairo, capitale del Paese. Vi si radunarono decine di migliaia di persone che pacificamente protestarono anche nei giorni seguenti aumentando man mano di numero. A queste manifestazione ne seguirono altre in altri parti dell’Egitto che portarono alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak, che lasciò il Paese nelle mani della giunta militare fino alle elezioni presidenziali del giugno 2012 che premiarono Mohamed Morsi, sostenuto dal movimento islamista dei Fratelli Musulmani, il quale venne rovesciato dal colpo di stato del generale Abdel Fattah al Sisi nel luglio del 2013, ancora in carica nella veste di presidente della Repubblica Araba d’Egitto.

Piazza Tahrir, significa Piazza della Liberazione, così chiamata dal popolo fin dal 1919 in occasione della Rivoluzione egiziana contro il Regno Unito allora occupante, ma ufficialmente dal 1952, quando l’Egitto conquistò la piena indipendenza dal gioco straniero e cambiò la sua struttura istituzionale, passando dalla monarchia costituzionale alla repubblica presidenziale.

E  Piazza Tahrir è il luogo dove il 25 gennaio 2016 è sparito il ricercatore italiano, Giulio Regeni, sequestrato e torturato fino alla morte, oggi è certo, dagli agenti della sicurezza egiziana, sotto il regime di al Sisi.

Nelle carceri egiziane chi combatte per la giustizia sociale e politica

In occasione dei 10 anni dall’inizio della rivolta del 2011 Amnesty International pubblica il rapporto Cosa vuoi che m’importi se muori? Negligenza e diniego di cure mediche nelle prigioni egiziane, che riflette come le condizioni nelle carceri egiziane “hanno portato o contribuito a danni irreparabili alla salute” quando non  “al decesso” dei prigionieri, molti dei quali “per essere stati in prima linea nella lotta per la giustizia sociale e politica”. L’inchiesta è stata condotta in 3 prigioni femminili e 13 maschili in 7 province del Paese. Nel carcere di Tora è rinchiuso in attesa di giudizio dal 7 febbraio 2020, lo studente egiziano dell’Alma Mater di Bologna, Patrick Zaki.

Amnesty è sempre stata a fianco dei genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio, per ottenere la verità e giustizia sulla morte del ricercatore, che l’Egitto ostacola in ogni modo; una richiesta diventata campagna internazionale fin dal primo striscione di colore giallo, lanciato nel febbraio 2017, quando venne ritrovato il corpo senza vita del ricercatore.

Le panchine gialle

Giallo è diventato il colore di Giulio e gialle sono le 4 panchine inaugurate questa mattina a Fiumicello Villa Vicentina, dove è nato e cresciuto il ricercatore a 5 anni dalla sua scomparsa, nel giardino scolastico che porta il suo nome.

Le panchine sono state realizzate con le donazioni di cittadini, gruppi, associazioni e istituzioni poste intorno alla farnia piantata dagli amici di Giulio nel febbraio del 2016.

Nel pomeriggio il ricordo di Giulio si è spostato sul web con l’evento online Pensieri e parole che vede la partecipazione di artisti, e giornalisti, trasmesso in diretta streaming dalle pagine Facebook del Comune di Fiumicello, Giulio siamo noi e Verità per Giulio Regeni.

Alle 19,41, l’ora in cui si persero le tracce del ricercatore scatterà l’iniziativa Coloriamo i social di giallo, in cui ognuno potrà pubblicare una foto, un cartello o un disegno giallo dedicato a Giulio oppure accendere una candela o esporre una bandiera gialla sulla finestra di casa, in suo ricordo.

Di chi è la responsabilità?

 

Giulio Regeni, com’è noto, si trovava in Egitto per un’inchiesta sui sindacati indipendenti, tema assegnatogli dall’Università di Cambridge presso la quale svolgeva il dottorato. Un tema rischioso. Giulio, si può dire, è morto sul campo.  Da allora non si contano gli appelli lanciati fin da subito dagli accademici per ottenere verità e giustizia per Regeni. L’ultimo risale a pochi giorni fa firmato dall’ Accademia dei Lincei.

Oggi l’immagine del ricercatore campeggia sul sito dell’Università britannica accompagnata da una nota (qui l’originale), firmata dai professori Stephen J Toope e Susan Smith, dove dopo aver ricordato “ i doni di uno studioso pieno d’intelligenza curiosità e compassione” fanno “appello per la libertà accademica senza timore di persecuzioni”.

Viene da chiedersi, tutto qua? Scrivemmo allora e lo ribadiamo oggi. Gli studiosi, che mettono al servizio del sapere e della divulgazione la loro mente e la loro attività, dovrebbero essere protetti da una rete diplomatica a livello internazionale. Ma non è anche responsabilità degli atenei e dei docenti tutor di valutare i rischi di una determinata ricerca? Un giovane   si fa guidare dalle emozioni, dai propri ideali. Compito dell’adulto è dargli l’opportunità di crescere e di sperimentare, ma anche di salvaguardarlo dai propri ardori senza rete di protezione.

 

 

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