Siria. Dieci anni dopo

Tutto iniziò come reazione all’arresto a Daraa, nel Sud del Paese, di alcuni ragazzi che avevano scritto sui muri slogan anti -regime, sulla scia di quell’onda di protesta ingenuamente definita Primavera araba, il risveglio democratico in quell’aria geografica.

Nelle settimane precedenti erano stati costretti alle dimissioni Ben Ali, in Tunisia, Mubarak in Egitto, e Gheddafi in Libia era fortemente in difficoltà.

E, invece, in Siria quegli arresti avvenuti il 15 marzo 2011 erano il preludio di una guerra civile, non ancora conclusa, che conta finora tra le 400 ei 600 mila morti, tanti desaparecidos e 12 milioni (su una popolazione iniziale di 22 milioni) costretti alla fuga.

Molti i civili che nel 2015 hanno percorso la rotta balcanica per raggiungere l’Europa, la principale via d’accesso al Vecchio Continente dagli anni Novanta, dopo l’apertura dei confini da parte dell’Unione Europea e degli Stati balcanici.

La rotta, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia e Austria, la stessa ma percorsa al contrario dalle mille persone  il 26 dicembre 2016 partirono da Berlino con l’intenzione di giungere ad Aleppo a piedi, a sostegno dei civili siriani. Avevano aderito all’iniziativa di Civil March for Aleppo, una marcia lunga 3600 chilometri organizzata dalla giornalista polacca Anna Alboth.

Durante il cammino, terminato nell’estate 2017, molte altre persone  si unirono alla marcia, magari per pochi chilometri, con l’intento di dire un forte “no” alla guerra, alle atrocità e alle morti”.  La meta, Aleppo, una della città più colpite durante la guerra non fu raggiunta,  si fermarono in Libano, ma macinarono comunque oltre 3mila chilometri e a ogni sosta organizzavano un’iniziativa a favore dei civili siriani. abbanews.eu seguì  la marcia attraverso i social network costantemente il loro cammino con la serie Il diario del cammino civile, ogni mese una pagina dal 26 dicembre 2016 al 30 giugno 2017.

La Siria ha vissuto attacchi chimici, le tattiche della terra bruciata, gli assedi, le atrocità dei miliziani Daesh, e gli interventi militari di russi, iraniani, turchi, americani (non a caso di parla di “guerra per procura”).  Non sono stati risparmiati scuole, ospedali, strutture delle organizzazioni umanitarie.

Il presidente Bashar al-Assad, il destinatario di quei graffiti di protesta di 10 anni fa e la cui famiglia regna in Siria da 50 anni, è ancora là e governa almeno una parte del Paese. Perché la Siria come era prima del 2011 non esiste più. E chi è costretto a viverci è immerso – dice António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite – in un “incubo vivente”.

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