I saluti sicuri della nuova normalità

Quando torneremo a stringerci la mano? Fra molto tempo, perché se, come auspichiamo, finalmente a maggio riusciremo a uscire da casa (anche se scaglionati), per non accendere nuovi focolai della pandemia sarà fondamentale mantenere il rispetto per alcune norme, la più importante delle quali è e sarà il distanziamento sociale.

Il rientro alla vita attiva, già stata definito nuova normalità, ci vedrà sempre stare a metri di distanza e, le mani, grandi veicoli di trasmissione infettiva, quelle proprio non potremmo stringercele. E non stiamo qui a cincischiare ma a riportare il suggerimento di Sylvie Briand, dirigente dell’OMS, la quale per il contenimento di COVID-19 raccomanda le consuetudini di alcuni saluti di Paesi asiatici, che evitano ogni contatto fisico.

Accantonando gli scambi di piedi i gomiti, che abbiamo visto nei primi giorni della pandemia, goffi e che non rispettano il distanziamento sociale, si punta sul thailandese wai, il più famoso namasté indiano o l’inchino giapponese.

Il wai e il namasté

Il wai e il namasté, che a prima vista sembrerebbero uguali, in realtà hanno delle piccole differenze.

Il wai thailandese, usato anche come forma di ringraziamento, prevede l’inclinazione del capo e le mani giunte la cui l’altezza mostra il livello di rispetto e lo stato sociale della persona accolta: corrispondenti al petto per le persone con uno status sociale simile al proprio, sul naso davanti alle persone anziane o di livello superiore e sulla fronte davanti ai monaci o alle statue del Buddha. Varia anche l’inclinazione del capo che si accentua se aumenta il rango sociale della persona incontrata.

Il namasté indiano o nepalese, invece, viene eseguito con i gomiti più lontani dal corpo rispetto al wai, con le mani all’altezza del petto, del mento o della fronte, mondialmente famoso per essere l’espressione usata anche nella disciplina yoga. Comprende la riverenza, come ci dice lo stesso significato della parola, che si traduce, infatti, con m’inchino a te.

Gli inchini giapponesi

L’etichetta giapponese, prevede invece soltanto l’inchino, ma più è pronunciato maggiore è il grado di rispetto verso l’altro ed è espressione non solo di saluto, ma anche di ringraziamento, di scuse e di preghiera.

Esistono 3 gradi d’inchino e ognuno con un nome specifico: c’è l’eshaku, saluto informale che richiede una curvatura di 15 gradi; il keirei ci s’inchina a 30 gradi con le braccia lungo i fianchi, usato negli ambienti lavorativi salutando, ad esempio, un superiore; e infine il saikeirei, l’inchino a 45 gradi rivolto a una persona importante e in situazioni religiose ma usato anche per esprimere profondo dispiacere o una grande gratitudine.

E infine, forse il più noto, il seiza, l’inchino da seduti ma una seduta particolare; prima in ginocchio poi con i glutei appoggiati ai piedi, il palmo delle mani sulle gambe. È la posizione assunta nella cerimonia del tè e quando si deve salutare e/o ringraziare l’interlocutore si eseguono le 3 inclinazioni con gli stessi principi, per cui quando l’inchino è profondo, la testa arriva a toccare il pavimento; è probabilmente la posizione giapponese più nota essendo usata dagli attori per ringraziare il pubblico e nelle arti marziali quando gli allievi salutano il maestro.

Il comune denominatore dei saluti

Ma in Cina, in India, in Giappone  sembra che tra gli uomini d’affari e tra i giovani  inizia a diffondersi la consuetudine della stretta di mano. Effetti della globalizzazione.

E, comunque, tutti i modi usati per salutarci sia l’occidentale stretta di mano sia i vari modi asiatici hanno un comune denominatore: nascano dall’antica necessità di dimostrare di avere le mani  libere dalle armi e, dunque, di esprimere e suscitare fiducia nei confronti di chi s’incontrava.

 

Immagini: 1) Illustrazione sulle raccomandazioni sui saluti sicuri; 2) Bambina indiana saluta con il tradizionale namasté; 3) Posizione giapponese ‘seiza’

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