Sikhismo. Quando l’altruismo vale una celebrazione

Il Sikhismo è una religione monoteista indiana fondata nel XV secolo. Nonostante sia considerata una religione giovane, è – tra quelle organizzate – la quinta più grande del mondo: 30 milioni di persone (tanti quanti sono i seguaci sikh in tutto il mondo) che si distinguono per la loro attitudine all’altruismo.

Tutte le religioni predicano il bene verso il prossimo ma per il Sikhismo aiutare in modo disinteressato chi ne ha bisogno insieme al duro lavoro valgono come e quanto pregare, come recita il fondatore, Gura Nank Dev (1469 – 1539): il seva, ossia il servizio disinteressato è il nucleo centrale di questa religione.

“Meditate costantemente sul Nome (l’entità superiore, ndr), lavorate con impegno, dividete con gli altri ciò che guadagnate” questa frase attribuita allo stesso NanK Dev espone i principi fondamentali che sono riassunti nelle formule sarbat da bhalla e chardi kala.

Il primo rimarca l’importanza del benessere di tutti e per tutti che implica l’accettazione di tutti come essere degni: “Non ci sono indù, non ci sono musulmani” diceva Guru Nanak Dev.

Mentre chardi kala indica il raggiungimento dell’eterna positività: per meglio dire l’aspirazione di uno stato mentale e spirituale pervasi dall’eterna gioia e ottimismo. Entrambe le condizioni si conquistano “lavorando tanto e onestamente” e condividendo quel che si ha con gli altri più sfortunati.

L’osservanza di questi criteri rendono i templi sikh – oltre a tradizionali luoghi di preghiera – mense per i poveri, rifugi per i senzatetto e centri comunitari. Chi non ha un luogo dove andare troverà nei gurdwara (luoghi di culto sikh) una porta aperta.

Dalla filosofia antica alla moderna psicologia

L’autrice Jasreen Mayal Khanna nel suo libro Seva: Sikh Secrets on How to Be Good in the Real World (Seva: segreti sikh, come essere buoni nel mondo reale), abbondantemente ripreso dalla stampa in lingue inglese, ci dice che “dalla crisi dei Rohingya in Myanmar agli attacchi terroristici di Parigi, dalle marce degli agricoltori in India alle proteste in America contro l’uccisione di George Floyd, fino all’attuale pandemia” le persone di questa comunità come buoni samaritani hanno soccorso e soccorrono le persone “nei loro momenti più bui”.

“Nel 2020 a Maharashtra, nell’India occidentale, un gurdwara ha nutrito due milioni di persone in 10 settimane l’anno scorso. Altri gurdwara in India hanno sciolto l’oro raccolto negli ultimi 50 anni per creare ospedali e college di medicina. Durante la pandemia le ONG sikh hanno trasformato i langars (le sale da pranzo dei gurdwara) in sale per l’ ossigeno”.

Fare del bene fa bene

Mayl Khanna non esita a ricordare come il Sikhismo possa essere la soluzione per i disagi dell’animo. Trova esempi nella filosofia antica, citando la dottrina dell’eudemonia (εὐδαιμονία dal greco antico) per la quale lo scopo dell’esistenza umana è il raggiungimento della felicità attraverso l’apprendimento di una nuova abilità, dallo stare accanto delle persone care e dal servizio alla comunità; da distinguere dall’edonismo ossia dal piacere immeditato, anche se i sikh, per Mayal Khanna, l’incarnano entrambi.

Rientrando nei confini della modernità l’autrice ricorda che: “Gli studi dicono che reindirizzare la nostra attenzione dai nostri problemi per aiutare gli altri può fare miracoli per la nostra salute mentale. Dare è associato a benefici fisici: pressione sanguigna più bassa, tassi di mortalità più bassi, stati d’animo migliori e indicatori più elevati di felicità”.

Scandali a parte, consultivo positivo

Tutti i sikh, dunque, provano e danno gioia? No, risponde Khanna anche loro sono esseri umani e come tali hanno i loro difetti e debolezze. “La comunità ha visto eccessi, patriarcato, criminalità e questi problemi sono diffusi tra i sikh quanto le loro virtù – scrive Mayl Khanna – . Ad esempio, l’abuso di droga e i crimini legati alla droga sono molto più alti nel Punjab rispetto ad altri stati indiani secondo l’inchiesta del Punjab Opioid Dependence Survey condotta nel 2015”.

Tuttavia le esortazioni della loro fede e cultura – e il conseguente condizionamento – portano la maggioranza di loro,rispetto ad altri, a “compiere un buon lavoro”. Perché “nel Sikhismo, fare del bene si trasforma in una celebrazione e non in un dovere. Questo è il loro segreto”.

 

 

Immagine: India, rappresentanti della comunità sikh

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