Luna. Tra rifiuti e siti storici da proteggere

Stiamo trasformando anche il nostro satellite in una discarica? Sembrerebbe di sì. In poco più di di sei decenni anni di esplorazioni, si stima che sulla  Luna ci siano quasi 200 tonnellate di oggetti di origine umana.

Pochi anni fa un articolo su Metro.co.uk spiegò la ragione scientifica per la quale nel 1969 quando con la missione Apollo 11 gli astronauti scesero sulla Luna e nel ripartire per la Terra,  volendo portarvi rocce lunari da studiare e analizzare, furono costretti a rinunciare a parte del proprio equipaggiamento, altrimenti la navicella spaziale sarebbe stata troppo pesante.

Rimasero allora sul suolo lunare ben 12 telecamere, 12 paia di stivali, un telescopio, e 96 sacchi pieni di rifiuti di origine umana. E lì sono rimasti posto che nessun umano è più tornato sulla Luna.

Il professore di astrofisica Alastair Gunn, in un articolo apparso su Science Focus aveva tranquillizzato su come quegli oggetti e rifiuti lasciati 50 anni prima non costituissero un pericolo per l’ecosistema lunare, poiché scrisse “qualsiasi microrganismo presente nei rifiuti umani non potrebbe essere cresciuto nelle dure condizioni della superficie lunare. È possibile, tuttavia, che alcuni potrebbero essere sopravvissuti per un po’ come spore dormienti e inattive”.

Piuttosto potrebbero rivelarsi, quando l’uomo tornerà sulla Luna, un’ulteriore forma di informazioni, ad esempio su come sopravvivono dei microrganismi nello spazio.

Un gran via vai

Il problema però è che sulla Luna c’è ben altro: ad esempio le sonde robotiche ancora intatte delle varie missioni, le jeep, e gli altri strumenti inviati da vari Paesi per continuare ad esplorare il Satellite anche senza astronauti: la prima sonda che toccò il suolo lunare risale a 10 anni prima dell’allunaggio umano: il 13 settembre 1959 Luna 2 del Programma Luna dell’Unione Sovietica.

Durante questi decenni ai pionieri russi e statunitensi si sono aggiunti altri Paesi che cercano di occuparne una parte. La Cina ad esempio è sulla Luna con 2 rover piazzati sulla superficie Yutu -1 e Yutu -2, quest’ultimo ancora operativo. Poi c’è Israele, il Giappone e l’India – o dovremmo scrivere il Bharat? – che ha appena, per prima con la missione Chandrayaan-3, raggiunto la parte meridionale del satellite con il rover Pragyan, inattivo fino a quando il Sole non ne avrà ricaricato le batterie.

Poi ci sono i residui dei molteplici fallimenti che hanno lasciano sul satellite una notevole quantità di detriti.

Archeologia lunare. Dall’OST agli Accordi di Artemis

Sulla Terra, però, non se ne occupano. Pensano, piuttosto, all’archeologia lunare, ossia quando l’uomo tornerà sulla Luna cosa dovrà fare dei resti magari storici come quelli, ad esempio delle sonde del Programma Luna o delle missioni Apollo.  Andranno conservati e se sì a chi apparterebbero?

Sulla Terra, come è noto, i patrimoni archeologici sono protetti da quadri giuridici ben definiti, mentre nel Trattato Spaziale Internazionale (Outer Space Treaty, OST) delle Nazioni Unite, ratificato nel 1967 e rivisto nel 1979, i primi due articoli prevedono che nessuno Stato possa appropriarsi dello spazio extraatmosferico: la Luna non può essere oggetto di appropriazione nazionale mediante proclamazione di sovranità, né mediante modalità di utilizzo o occupazione.

Ma dal 2017 esiste l’Associazione For All Moonkind, collettivo creato per proteggere i resti dell’esplorazione lunare. La co-fondatrice, Michelle Hanlon, professoressa di diritto all’Università del Mississippi, lamenta che i “i siti non sono affatto protetti”. E  per implementare l’OST del 1967 e al tempo stesso sfruttare le risorse lunari, in vista del previsto nuovo allunaggio umano, nel 2020 la NASA ha redatto gli Artemis Accords.

La revisione è una necessità di regolamentare la corsa nello spazio, fino a pochi anni fa riservata a poche agenzie governative, oggi aperta a sempre più aziende private – come ad esempio SpaceX di Elon Musk – che si muovono inevitabilmente con logiche diverse.

Quindi, se da una parte gli Artemis Accords  prevedono la condivisione scientifica dei dati raccolti nel Cosmo, dall’altra pensa a “preservare il patrimonio spaziale” in particolare i “siti di atterraggio di missioni con equipaggio, artefatti, veicoli spaziali e altre prove di attività sui corpi celesti”.

Gli Accordi sono stati ratificati da molti Stati compresa l’Italia, ma non dalla Russia e dalla Cina. La domanda sorge spontanea:  se un domani le 2 potenze  dovessero avvicinarsi ai siti dell’Apollo sulla Luna, sulla Terra nasceranno nuove tensioni diplomatiche?

 

Immagine by RF Studio – pexels.com

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