Disorientamento topografico evolutivo. Un nome per dirlo e per gestirlo

A chi di noi non è capitato un momento di smarrimento di fronte a vie di posti conosciuti o sconosciuti?

La differenza risiede nella frequenza e dall’intensità dell’episodio “di smarrimento”.

Una persona che si perde nella propria casa, soffre di un disturbo evolutivo. Non ha la capacità di rappresentarsi mentalmente lo spazio. Un fenomeno complesso, il cui studio apre nuovi scenari sul funzionamento del cervello e che, grazie ad un ricercatore italiano, ha un nome: il DTD (Developmental Topgraphical Disorientation).

Ne abbiamo parlato con Giuseppe Iaria, professore di Neuroscienze cognitive all’Università di Calgary (Canada) che ha descritto per primo questo disturbo evolutivo.

Direttore di NeuroLab.ca –  un laboratorio di ricerca deputato all’investigazione dei meccanismi cognitivi e neurologici dell’orientamento spaziale dell’uomo, promotore e fondatore di GettingLost.ca, un sito dedicato alla diagnosi e alla gestione dei disturbi dell’orientamento spaziale.

Il Prof. Iaria, dalla sua terra natia, la Calabria, studia all’università di Roma, laurea in Psicologia e dottorato in Neuroscienze Cognitive, a metà tra l’Italia e il Canada, ritorna in Italia “solo il tempo” per rendersi conto che è bene ripartire.

Sulla piattaforma Getting.lost.ca che hai creato insieme alla tua équipe illustri in modo chiaro e trasparente il fenomeno del disorientamento spaziale. Quali sono gli strumenti che utilizzi per condurre questo tipo di ricerca?

Io mio occupo di Neuroscienze nell’uomo, sono interessato ai comportamenti dell’uomo e, in particolare, il comportamento che mi interessa è l’orientamento spaziale. Nel mio laboratorio facciamo lavori in cui studiamo il comportamento e lavori in cui studiamo i meccanismi neurali di quel dato comportamento. Per esempio, per vedere come ci si orienta nello spazio, noi usiamo l’ambiente virtuale. Hai presente i videogiochi? L’ambiente virtuale ha una doppia funzionalità. Dapprima ci permette di sfuggire alle basse temperature dell’ambiente esterno (siamo in Canada) e, soprattutto, possiamo modificare l’ambiente come vogliamo, cosa che in un ambiente reale non si può fare allo stesso modo.

Il vantaggio più importante nell’utilizzare ambienti virtuali e che possiamo eseguire esperimenti di orientamento spaziale utilizzando, al tempo stesso, la risonanza magnetica; è molto importante studiare il cervello mentre esegue un compito.  In genere, si usa la risonanza magnetica per acquisire immagini del cervello e acquisire altri dati, ma eseguire una risonanza magnetica funzionale, mentre il soggetto esegue dei compiti, ci aiuta a capire meglio l’attività neurale a sostegno di un dato comportamento.

Facciamo, inoltre, altri esperimenti di tipo cognitivo, per testare altre capacità che sono importanti per l’orientamento, tipo le rotazioni mentali (esiste una relazione tra le aree del cervello deputate alla percezione e alle rotazioni mentali, ndr) o la capacità di riconoscere gli ambienti da posizioni diverse. Altri fattori che prendiamo in considerazione come il progredire dell’età, il sesso della persona, e altre variabili. Contemporaneamente cerchiamo di capire quale sia il contributo delle diverse capacità cognitive all’orientamento spaziale (attenzione, percezione, memoria…).

Un laboratorio di Neuroscienze Cognitive, dunque, comprende lavori di diversa natura per comprendere il funzionamento del cervello sia globalmente che in modo analitico. Quali altre attività conducete?

In un laboratorio di Neuroscienze cognitive si fanno lavori comportamentali, cognitivi e di tipo neuropsicologico. Per esempio testiamo dei pazienti che hanno problemi specifici di apprendimento e la loro capacità di sostenere un comportamento complesso, come è quello dell’orientamento e della navigazione spaziale. Così come indaghiamo che cosa succeda quando nel cervello c’è una lesione cerebrale in un determinata area o quando le capacità cognitive, con l’età, si deteriorano. Svolgiamo anche lavori di tipo genetico, cercando le mutazioni genetiche che possano spiegare questo disturbo di tipo evolutivo.

Lo studio si basa su una serie di soggetti diversi. Per esempio, lavoriamo sulla capacità del bambino di orientarsi in un ambiente grande. Studiamo il comportamento delle persone dal periodo di sviluppo fino al periodo di deterioramento cognitivo in età avanzata.

Nel bambino quando inizia a svilupparsi questa capacità?

In ambienti grandi, diciamo delle dimensioni di un quartiere, tra i 9 e i 10 anni. Dentro casa, anche da piccolissimo; è necessario un supporto neurologico abbastanza avanzato per eseguire determinate operazioni come eseguire percorsi lunghi, orientarsi in ambienti grandi, capacità che richiedono uno sviluppo sostanziale della corteccia frontale.
La voce del video è di Gianluca Jacquier 

A livello neurologico ci sono delle affinità tra le persone che soffrono di disorientamento topografico fin da bambini e le persone anziane che invece soffrono di una perdita dell’orientamento dovuta all’età avanzata?

A livello comportamentale, in un certo senso sì. I pazienti con disturbo evolutivo non hanno la capacità di creare delle mappe mentali dell’ambiente. Quando ci si trasferisce per esempio in una città nuova, le persone impiegano tempi diversi per imparare a trovare i posti che ti interessano, ma dopo un determinato periodo di tempo, più o meno, tutti imparano.

Invece, le persone con il disturbo evolutivo che abbiamo documentato non impareranno mai poiché non riescono a creare una mappa cognitiva, ossia la rappresentazione mentale dell’ambiente, fondamentale per l’orientamento; sapere dove sia la tua casa rispetto all’ufficio, rispetto alla farmacia, rispetto alla stazione della metropolitana, rispetto alla chiesa. La mappa cognitiva è fondamentale per orientarsi e si sviluppa con il tempo, un tempo che varia da persona a persona.

Le persone con disorientamento di tipo evolutivo non sviluppano mai questa capacità, si perdono continuamente. Nelle persone anziane, con l’avanzare dell’età questa capacità si assottiglia, per questo preferiscono stare in ambienti che già conoscono. Da questo punto di vista c’è una sorta di affinità tra anziani e persone con disorientamento di tipo evolutivo.

Che cosa accade nel cervello, nelle persone che non sviluppano questa capacità?

Non lo sappiamo esattamente. Quello che sappiamo è che quando guardiamo le immagini del cervello di queste persone, non vediamo nulla di anomalo, di atipico, non ci sono zone che siano più piccole o più grandi o malformazioni di qualche genere; il cervello, dal punto di vista anatomico, risulta normale. Inoltre, queste persone non hanno nessun altro tipo di problema, non presentano problemi di memoria, di attenzione. Infatti hanno lavori diversi, giornalisti, avvocati…

La differenza probabilmente risiede non in singole regioni cerebrali, ma nella comunicazione tra le diverse regioni cerebrali, che sono importanti per la navigazione e l’orientamento. Immagina che ci sia una regione che si occupa della memoria, una dell’attenzione, quando si va a eseguire un comportamento complesso, in cui l’attenzione, la percezione, la memoria sono coinvolte, queste 3 regioni comunicano tra loro per sostenere il comportamento complesso. In qualche modo in queste persone la comunicazione cerebrale non è così efficace come nelle altre persone.

Avete individuato quali sono queste zone del cervello che non comunicano?

No. Sbbiamo individuato in un gruppo di soggetti, un livello basso di connettività funzionale tra le regioni importante per l’orientamento, quali l’ippocampo (importante per la memoria) e la regione prefrontale del cervello, ma non è detto che sia per tutti così. Ora stiamo facendo un lavoro per vedere come comunica il cervello tutto intero. È una bella sfida.

Ho letto che voi parlate anche di abilità sociali e verbali; c’è un collegamento tra queste abilità e l’orientamento spaziale?

Tu hai letto di abilità sociali, perché abbiamo fatto un lavoro in cui abbiamo cercato di capire se c’è una correlazione tra la capacità di rappresentarsi mentalmente uno spazio e il modo con cui “ ci rappresentiamo” le relazioni socio-affettive.

Quando una persona si  rappresenta un ambiente non è che si rappresenta tutto ciò che esiste nell’ambiente, ma si rappresenta mentalmente quelle relazioni spaziali che sono importanti per l’ambiente; per esempio, considerando tre posti, farmacia, casa, ufficio, e dove siano l’una rispetto all’altra. Siccome la persona che ha identificato il concetto di mappa cognitiva negli anni 40 parlava di una capacità che va oltre quella di rappresentarsi la spazio, allora abbiamo cercato di capire se questa capacità di rappresentarsi lo spazio in qualche modo fosse correlata alla capacità di rappresentarsi le persone che ci sono vicine, i fratelli, gli amici, come se le rappresentassimo spazialmente.

Alcune persone le senti più vicine a te, altre più lontane. Sembra (non abbiamo dati certi) che effettivamente la capacità di rappresentarsi mentalmente dove le cose siano una rispetto all’altra, vada oltre la capacità spaziale, e comprenda anche la capacità socio-affettiva.

Vi sono altre aree che state studiando rispetto all’orientamento spaziale?

Proprio in questo periodo ho iniziato una collaborazione con il Prof. Francesco Ferretti di Roma Tre, esperto di scienze cognitive, linguaggio e narrazione. Il progetto di ricerca ha l’obiettivo di capire se la capacità di orientarsi nello spazio si possa associare alla capacità di orientarsi (e quindi comprendere) una narrazione.

Il linguaggio e lo spazio, da sempre, sono stati tenuti separati come concetti da studiare, ma ci sono delle evidenze di affinità tra la narrazione e il modo in cui navighiamo nei diversi ambienti. Navigare dentro una storia, è simile alla capacità di orientamento spaziale. Stiamo mettendo su un progetto per cercare di capire se queste due cose vanno insieme, se sono supportate dalle stesse capacità cognitive e dagli stessi sistemi neurali.

Tornando alla vostra ricerca, accessibile anche online grazie alla piattaforma gettinglost.ca, come funziona il training program?

Questo è un punto molto importante. Una volta che abbiamo capito il perché queste persone si perdono (non hanno la capacità di rappresentarsi mentalmente lo spazio), abbiamo cercato di creare una sorta di programma di riabilitazione per supportarli nella gestione di tale deficit.

Come ho detto, dobbiamo considerare che ogni volta che queste persone si muovono è come se fossero in un ambiente nuovo, non perché non riconoscano i posti, ma perché non riescono a mettere in relazione spaziale quello che vedono rispetto a quello che non vedono, un elemento importante per l’orientamento. Il programma di riabilitazione che abbiamo creato e che le persone possono fare online, punta proprio ad esercitare questa capacitá di mettere in relazione posti diversi in un ambiente virtuale.

Da dove siete partiti per creare questo programma di riabilitazione, il training program?

Chiediamo a queste persone di imparare a navigare in un ambiente nuovo, e lo facciamo seguendo lo stesso comportamento che i bambini hanno durante lo sviluppo. Grazie all’ambiente virtuale, simuliamo percorsi da eseguire, per esempio di andata e ritorno dall’ufficio. Chiediamo alle persone di andare da casa all’ufficio, un percorso talmente vicino da poterlo vedere direttamente, e di ripetere il percorso per molte volte. Successivamente, chiediamo di andare in un altro posto leggermente più lontano; così piano piano, allarghiamo il campo di orientamento. Proprio come avviene, a livello evolutivo: i bambini prima si orientano nella propria stanza, poi cercano la stanza della mamma, poi dentro la casa, poi la scuola, poi il quartiere, e cosi via.

L’orientamento si sviluppa da ambienti piccoli ad ambienti sempre più grandi.

Il programma che abbiamo online dura quanto vuole la persona; in laboratorio l’abbiamo fatto per 2 settimane e, con dei dati preliminari, abbiamo dimostrato che funziona. Le persone imparano a sviluppare una migliore capacità di rappresentazione mentale dello spazio. Il programma è online, così chiunque se ha tempo e lo vuole fare, lo può fare.

Queste persone poi si orientano meglio nella vita reale?

La nostra sfida è quella di far sviluppare in queste persone la capacità di creare con l’esercizio delle mappe mentali. Lo facciamo in un ambiente virtuale, ma la scommessa è che questa capacità venga trasferita poi nella vita quotidiana, grazie anche ad alcuni suggerimenti importanti che possono aiutare a sviluppare il senso di orientamento (vedi le 10 tips)

Chi lavora nel tuo laboratorio?

Attualmente nel laboratorio abbiamo Ford Burles, un postdoc (post dottorando) che ha una grande esperienza nel campo delle neuroimmagini, due studenti dottorandi (a breve ne arriverà un altro), e poi laureandi e volontari. Un laboratorio di dimensioni ragionevoli per gli standard nordamericani.

Le persone che fanno sport, hanno un senso di orientamento spaziale più sviluppato? Lo sport può favorirne lo sviluppo della capacità di orientamento?

L’attività fisica aiuta tanto alla neurogenesi (processo attraverso il quale vengono generati nuovi neuroni ndr), in quanto attiva capacità cognitive importanti per l’orientamento, come la memoria spaziale; in particolare mi riferisco agli sport di squadra in cui c’è bisogno di una notevole capacità di orientamento spaziale. Il calcetto e la pallacanestro per esempio.Giochi di squadra molto veloci, in cui bisogna sempre avere una conoscenza di dove le persone della tua squadra sono rispetto a te. In questi sport, i processi di orientamento vengono eseguiti in modo molto veloce, e questo richiede certamente uno sviluppo delle capacità di rappresentazione spaziale al di sopra della norma, se si gioca a livelli competitivi s’intende.

Se questi tipi di sport possano aiutare le persone con questo disturbo, non saprei. In senso generale direi di si, ma è probabile che persone con disturbo di orientamento probabilmente non si avvicinano nemmeno a tali sport.

C’è una connessione con la coordinazione? Sinistra e destra. Una persona con un disturbo evolutivo che tu hai descritto ha anche una scarsa coordinazione?

No, le due cose non sono collegate, però è ovvio che le persone che hanno una confusione con destra e sinistra si perdono, ma nel nostro caso specifico queste persone non hanno nessun problema nella discriminazione tra destra e sinistra. La confusione, potrebbe essere un’alterazione legata allo schema corporeo.

Hai avuto questo interesse scientifico e umano fin dal tempo dei tuoi studi accademici?

Nel caso specifico del disturbo evolutivo che abbiamo descritto, l’interesse sull’ampia variabilità del disorientamento spaziale è coinciso con l’esasperazione di una persona che non è mai riuscita ad orientarsi in nessun ambiente familiare. Nei colloqui con uno psicologo dell’ospedale canadese nel quale facevo ricerca, questa persona lamentava un disturbo di orientamento senza nessun altro tipo di problema cognitivo o neurologico, e si chiedeva se ci fosse qualcuno in ospedale interessato a fare ricerca su di lei. E da li, abbiamo iniziato a fare una serie di studi. Probabilmente, magari qualche anno dopo, saremmo riusciti a descrivere casi del genere comunque visto il mio interesse nello studiare la variabilità individuale in termini di orientamento spaziale. Chissà.

In questi anni dunque si è diffusa largamente la conoscenza di questo disturbo evolutivo?

Sì. Dopo la descrizione del nostro primo caso, ve ne sono stati descritti molti altri. La creazione del sito internet ha aiutato tanto nella ricerca. Infatti, tramite il sito abbiamo reclutato tante persone, e fatto studi scientifici descrivendo centinaia di questi pazienti. Anche l’attenzione mediatica a questo disturbo è stata, ed è alta. Le molte interviste e documentari fatti hanno sicuramente contribuito ad aiutare molte persone con questo disturbo.

Anche le persone che non hanno questo disturbo trovano l’argomento di interesse. L’orientamento infatti riguarda tutti, per la vasta variabilità che presenta. Qualsiasi comportamento in cui c’è un’alta variabilità, suscita interesse. Non si tratta di avere o non avere una capacità, ma c’è un’alta gamma di variabilità del fenomeno, una zona grigia.

Abbiamo deciso di parlare un po’ a tutti di questo argomento, soprattutto alle riviste che si occupano di scienze in modo serio, perché aiuta a raggiungere di più queste persone.

Finalmente queste persone hanno la definizione della loro condizione e possono provvedere a costruire delle strategie. Mantieni delle relazioni continuative con loro?

Sono tantissime le persone con cui ho interagito negli ultimi 15 anni. Le persone mi scrivono, faccio riunioni con loro. Come hai detto tu, è una cosa importante per le persone, capire perché hanno queste difficoltà. Aiuta sia chi è affetto/a da questo disturbo evolutivo, sia a chi gli/le sta vicino. Per questo tipo di disturbo, le persone sono sempre state un po’ denigrate: “tu non fai attenzione, anche mio marito è distratto, non ti concentri, non pensi a quello che fai”.

Per questo motivo secondo me questo disturbo non è stato descritto in precedenza. Le persone si sono sentite spinte verso quella variabilità di cui ti dicevo prima, ma loro non fanno parte di quella variabilità. Loro sono un gruppo a parte; un gruppo che non ha mai sviluppato la capacità di orientamento spaziale. Per l’alto grado di variabilità non è mai emerso come disturbo, fino a che non l’abbiamo preso in considerazione e studiato in modo dettagliato, accogliendo la voce di una donna che non si è rassegnata alla sua condizione e ha cercato una spiegazione.

 

Immagine: 1) Giuseppe Iaria, professore di Neuroscienze cognitive all’Università di Calgary (Canada) il primo a descrivere il disturbo evolutivo  Developmental Topgraphical Disorientation (DTD)

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