DanteDì. Il sommo poeta tra noi

 

Nel XIX canto del Purgatorio Dante scrive: “Intra Siestri e Chiaveri s’adima una fiumana bella” e si è sempre pensato che questo fiume fosse l’Entella che divideva e percorreva la valle tra l’attuale Sestri Levante e Chiavari.

In data più recente studi più approfonditi hanno accertato che quella “fiumana” era il fiume Lavagna che scendeva dalle colline retrostanti dove esisteva un agglomerato di case poste sulla strada verso Torriglia e l’Oltrepò pavese che rispondevano al nome di Sestri le cui rovine sono scomparse nel 1953 in causa di un terribile nubifragio.

Quindi Dante sicuramente attraversò queste terre ed il suo incontro con papa Adriano V, facente parte della famiglia dei conti di Lavagna, descritto nel XIX canto lo conferma senza ombra di dubbi.

Il Sommo tra leggenda e realtà

Non possono essere semplici leggende le rime che descrivono la bellezza che lui scorse nel vedere scorrere quelle acque limpide perché il suo soggiorno in Liguria è confermato, dato che fu ospite dei marchesi Malaspina e perché lui citò, nel suo poema, la bella e onesta donna Alagia, nipote di Adriano V, imparentata con i conti Fieschi che risiedevano proprio a San Salvatore di Cogorno.

Facciamo un passo in avanti nella storia che talvolta narra curiosità che stanno a mezzo tra il vero e la fantasia, e questa storia ci racconta che Boccaccio nello scrivere di Dante sottolinea come il Sommo Poeta si mise in viaggio per cercare di vendere il suo capolavoro. Voleva raggiungere la Francia ed affidò al monaco Ilario il manoscritto dell’Inferno affinché lo consegnasse a Uggione della Faggiola, mentre intendeva destinare il cantico del Purgatorio a Moroello Malaspina, e quello del Paradiso al re Aragonese Federico di Sicilia. Pensando così di salvare il più possibile buona parte dei suoi scritti affidandoli a persone assennate. Quanto ciò corrisponda al vero non ci è dato provare, ma certo anche Boccaccio ci mise del suo, forse nascondendo in cuor suo una certa gelosia verso l’Alighieri, come spesso e semplicemente lo chiamava.

L’impronta evidente

Partito dunque da Firenze, Dante attraversò buona parte dell’ovest della Toscana, giungendo a Luni dove vi è la confluenza dei fiumi Vara e Magra e salì a Punta Corvo dove c’è il bellissimo santuario ed il Monastero di Santa Croce.

Sicuramente vi sostò più giorni e lasciò lì un’impronta evidente tanto che oggi è divenuto un centro di studi danteschi ricco proprio di memorie di Dante e Boccaccio.

Il 25 marzo sarà il DanteDì istituito dal Governo e, anche se il momento per andare a visitare questo complesso affidato ai padri carmelitani non è dei più propizi, vorremo descrivere in breve la bellezza del luogo e del santuario. Fondato nel 1176 dal vescovo Pipino Arrighi su di un terreno pagato 32 giove, ma sul quale già prima dell’anno 1000 esisteva una cappella, dove ancor oggi si custodisce un bellissimo crocifisso in legno, con una velocità impressionante ed impossibile a giorni nostri la costruzione vide termine nel 1186 e venne consegnata in custodia ai monaci benedettini di S. Michele in Pisa.

Fu abbandonato nel XVII secolo, restaurato ed acquistato dalla famiglia Fabbricotti passò poi nelle mani del Monte Paschi dopo il fallimento dei predecessori e grazie all’appoggio del cardinale Anatasio Ballestrero fu affidato alla confraternita dei carmelitani scalzi che lo trasformarono in un centro studi e luogo di ritiri spirituali. In esso è conservata la croce lignea in stile romanico- bizantino di eccezionale valore perché la si collega alla reliquia del Preziosissimo Sangue che si trova nella cattedrale di Sarzana.

Sicuramente è un luogo del cuore perché vi si respira non solo religiosità ma anche quella cultura forte e profonda che ci ha lasciato Dante, padre di una lingua che ci ha accompagnato da più di 700 anni, e che continuerà a scorrere come quelle fiumane belle che seppe descrivere nel suo imperituro poema.

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