La nave scuola di Garaventa. Un modello in Italia e all’estero

Educare è una cosa di cuore, facile a dirsi, difficile a farsi. Ma nel secolo scorso quando le famiglie erano composte da molti figli riuscire a dare a ciascuno la possibilità di studiare ed imparare era un compito quasi proibitivo. Così molti ragazzi erano inviati in istituti o seminari e le bambine in conventi per divenire monache.

C’erano poi i nati fuori dal matrimonio o quelli abbandonati e l’esistenza di questi ultimi proseguiva negli orfanatrofi. Di mecenati o di persone abbienti non ve ne erano molte, ma qualcuno con un animo caritatevole ed un cuore buono è sempre esistito. Vogliamo parlare di Nicolò Garaventa, docente di matematica, che mise a disposizione le proprie risorse finanziarie per dare alloggio ed istruzione ai ragazzi più poveri e meno fortunati.

Ebbe un’idea geniale: acquistò una nave, chiese di poterla locare in mare  e fece di essa una nave-scuola; in essa accolse dal 1883 fino al 1977 migliaia di bambini, ragazzi e giovani  “di strada”, dando loro la possibilità di studiare o di imparare un mestiere. L’iniziativa prese il nome di Scuola officina di redenzione sul mare, sull’esempio delle navi di formazione delle scuole militari.

Da allora quei figlioli furono chiamati “Garaventini”. Era uso comune dire al figlio dispettoso, prepotente e tal volta manesco: “Se non diventi più buono, ti mando nei garaventini!” Ed era una minaccia che talvolta otteneva dei risultati. Chi mai voleva finire lontano da casa, in mezzo al mare, e con l’obbligo di studiare ed anche lavorare, dato che prima di ogni altra cosa veniva loro insegnato a diventare veri marinai! Sebbene non fosse un’istituzione militare ufficiale, i ragazzi erano soggetti a un rigido regime disciplinare e indossavano uniformi da marinaio.

Dopo quasi vent’anni, la nave venne sostituita da una meglio attrezzata, con più spazi per gli studi ed anche per favorire l’apprendimento di un lavoro che consentisse al giovane, che ritornava sulla terra ferma, di avere un posto fisso e formarsi così una famiglia. Quanti, infatti, tornavano a far vedere ai propri figli come e dove il genitore era cresciuto!

Poi la guerra, nel 1941, distrusse quella nave, fu bombardata e si pensò che quel progetto fosse finito. Invece proprio grazie a coloro che avevano tratto da quella esperienza la forza per apprezzarla hanno contribuito a che la nave Garaventa continuasse ad essere una scuola di vita.  Testimone di quanto in quella tolda o sottocoperta si imparasse a fare del bene fu anche il sacerdote Don Gallo, che di quella “ciurma” era il cappellano.

La nave di Garaventa ha rappresentato un modello di formazione in Italia e all’estero. IL suo motto era ubi charitas ibi deus.

Il buon Nicolò Garaventa non visse moltissimi anni, ma a lungo visse quella sua idea, ed oggi a distanza di 100 anni dalla sua morte il ricordarlo è un dovere. Charles de Faucauld pensava: “Cerchiamo di fare il più gran bene possibile”.

Avere tutt’intorno solo rumore ci impedisce di parlare ma oggi che il bene non fa più notizia pensiamo a quanto bene fece quel genovese che, salvando ed insegnando loro cos’è la vita, ha sicuramente creato gli uomini di ieri e che purtroppo stentiamo a vedere oggi.

Per saperne di più: famiglia Garaventa

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