Contro lo sfruttamento del lavoro minorile
“Molti bambini sono costretti a lavori inadeguati alla loro età, che li privano della loro infanzia e ne mettono a repentaglio lo sviluppo integrale. Faccio appello alle istituzioni affinché compiano ogni sforzo per proteggere i minori” questo il messaggio di papa Francesco su Twitter lanciato con l’hashtag #NoChildLabourDay in occasione della Giornata mondiale contro il lavoro minorile che ricorre ogni 12 giugno. Unico leader (almeno mentre scriviamo) a ricordarla.
152 milioni i bambini – la cui età varia dai 4/5 ai 17 anni – che sono vittime di diverse forme di lavoro nel mondo. Tra il 60% al 70% del loro totale è impiegato nell’agricoltura, allevamento, pesca e nell’acquacoltura. Ma 73 milioni circa dei minori sono costretti a svolgere lavori pericolosi in miniera o trasportando pesi eccessivi che minano il regolare sviluppo fisico. 88 milioni sono ragazzi, 64 milioni sono ragazze.
E ancora 78 milioni – pari a circa il 9,3% di tutta la popolazione minorenne del mondo lavora – in Asia e Pacifico, 59 milioni nell’Africa Sub sahariana, 13 in America Latina e Caraibi e infine 9 milioni i bambini che lavorano in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale (fonte: Ilo.org).
La principale causa del lavoro minorile è la povertà delle relative famiglie. Negli ultimi anni si è verificato un significativo miglioramento del fenomeno messo ora nuovamente a repentaglio dalla pandemia: è stato calcolato che sono circa 1,6 miliardi di bambini che non stanno frequentando la scuola, milioni le famiglie che iniziano a soffrire per le ricadute economiche. Questi fattori, uniti alla perdita di entrambi i genitori a causa del COVID-19, potrebbero far aumentare il lavoro minorile. Per l’ONU, poi, ogni aumento dell’1% della povertà familiare provoca un incremento dello 0,7% di lavoro minorile.
I numeri del lavoro minorile non includono i bambini costretti a combattere – i bambini soldato – e quelli vittime di sfruttamento sessuale: a volte le 2 anomalie s’incrociano. L’Unicef stima siano circa 250mila del mondo “coinvolti nei conflitti, usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, costrette a prestare servizi sessuali”. Non ci sono dati attendibili sul numero dei bambini associati alle forze armate, riconosce l’Agenzia per l’infanzia, ma per avere idea della vastità del fenomeno basti sapere che dal 1998 ad oggi sono “oltre 100mila i bambini smobilitati e reintegrati”.
Il lavoro minorile è contrastato dall’articolo 31 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia che afferma: “Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale.”
Ogni bambino, dichiara l’articolo a chiare lettere, ha diritto a vivere la propria infanzia, dedicandola all’apprendimento e al gioco e non consumandola giorno dopo giorno in un campo agricolo o quel che è peggio in una miniera. Nel 2002 l’Organizzazione internazionale del lavoro ha istituito la Giornata mondiale contro il lavoro minorile, proprio per sensibilizzare sull’entità di questa piaga sociale e unire gli sforzi per sradicarla. Nel 2020 dunque si chiede ai Paesi e alle organizzazioni umanitarie di concentrare gli sforzi per proteggere i più vulnerabili nella gestione e nel recupero dalla crisi pandemica.
Immagine tratta da ‘Un-news’

