Trivelle sì Trivelle no. La terra dei cachi

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Chi legge e rilegge sempre gli stessi libri finisce per soffrire di un certo ritardo nel percepire i cambiamenti (Noberto Bobbio)

Stop alle trivelle, recita il referendum abrogativo a cui gli italiani sono invitare ad esprimre il loro voto, il 17 aprile 2016. Ma quali trivelle? Se il referendum si riferisce a quelle attività di perforazioni che succedono alle indagini sismiche ed acustiche per verificare la ricchezza in petrolio o gas metano dei fondali marini lo stop alle trivelle, si trasforma in un falso concetto. La trivellazione nelle acque marine è precedente alla costruzione delle piattaforme.

Le indagini sismiche e acustiche che vanno eseguite sul fondo marino per verificare le risorse energetiche, sono antecedenti alla costruzione delle piattaforme. Sono queste eventualmente le onde di pressione che creano problemi alla fauna marina, sensibile alle onde sonore. Attualmente in Italia, le perforazioni entro le 12 miglia sono vietate.

Il quesito referendario si rivolge invece al rinnovo delle concessioni di utilizzo delle piattaforme per l’estrazione del petrolio in mare italiano (minima percentuale) e del metano (la maggior percentuale). Partiamo quindi da un quesito fuorviante, la cui argomentazione è affidata ai nuovi retori del terzo millennio.

Molti cittadini si sentono arrabbiati perché manipolati sia dal sì che dal no e, in parte, anche dal governo che non ha esitato a ignorare i principi costituzionali, invitando gli italiani a non recarsi alle urne. Un’ amalgama lattiginosa e scivolosa per una questione che molto probabilmente si sarebbe dovuta risolvere nelle comode e, spesso, spaziose, aule parlamentari.

Il referendum abrogativo (art. 75 della Costituzione) disciplina il referendum popolare (uno degli strumenti di partecipazione democratica diretta e non rappresentativa quale è il Parlamento) per l’abrogazione totale o parziale di legge e di atti aventi forza di legge quando è chiesto da cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. In questo caso, sono state 9 Regioni a promuoverlo, nell’ambito di una serie di quesiti che la Cassazione ha dichiarato illegittimi, lasciando il superstite “Stop alle trivelle”.

Consideriamo che le risorse fossili fanno parte della natura e la loro modalità di utilizzo dipende dalla sapienza e/o in-sapienza dell’uomo. Il nostro bel paese è stato martoriato e avvelenato dai rifiuti tossici per una gestione criminale degli scarti non per l’essenza stessa del rifiuto che, altrimenti trattato, non avrebbe diffuso la tossicità.

Confrontandomi con un biologo marino e un geologo, ex dipendenti dell’Eni, non esitano a mostrare il loro imbarazzo di fronte ad un quesito referendario ad alto tasso di politicità al punto da diventare tossico.

Ma torniamo al fantomatico referendum “silente” per mesi ed ora monopolizzatore di tutti i talk show di prima e seconda serata, portato avanti dai fautori del no come un non “luogo a procedere”, se possibile non andare a votare così da non raggiungere il quorum e sabotare l’iniziativa referendaria ritenuta inutile. Un autentico manifesto “green” per i fautori del sì. Un monosillabo innalzato a paladino del cambio di rotta verso le energie rinnovabili. Un cambio di rotta che sembra già essere in atto dai dati relativi all’energia elettrica verde in Italia: il 42% del totale del consumo.

Rimane forte il consumo del carburante per le auto, il cui consumo elettrico, stenta a decollare. Ma anche qui si impone un ragionamento. Le piattaforme esistenti in Italia estraggono per la maggioranza metano e, per i prossimi anni, si continuerà ad utilizzare il petrolio. Dunque, dovremmo importarlo, facendolo “navigare” sui nostri mari.

Inoltre, non si può sottacere il fatto che il Mar Adriatico è un mare prevalentemente sabbioso in cui la costruzione delle piattaforme non ha procurato alterazioni dell’ecosistema. Le piattaforme, parola sia di geologi che di biologi marini, rappresentano autentiche scogliere artificiali per militi e cozze ed altri organismi incrostanti.

Non era mai accaduto che “oltranzisti” a parte, i cittadini si sentissero in parte derisi per esprimere un voto-non voto. Che la maggioranza della società sia a favore di politiche energetiche rinnovabili è un dato accertato ma che il referendum a cui siamo chiamati a votare, ne sia il “Manifesto programmatico”,  rimane una questione spinosa.

Gli stessi dati occupazionali relativi al personale delle piattaforme e dell’indotto correlato, variano a seconda della fonte “alternativa”.

Il potere esecutivo (il Governo) ed il potere legislativo (il Parlamento) in un ordinamento istituzionale di democrazia rappresentativa, sono demandati a prendere decisioni politiche e a legiferare, di conseguenza, su tematiche vitali per il benessere di un paese.  Il piano di sviluppo energetico basato sulle fonti rinnovabili è con tutta evidenza compito di suddette istituzioni.

In questo caso il ri-corso allo strumento legislativo appare quanto mai fastidioso e ingeneroso nei confronti del paese.

Il dubbio rimane e il shakesperiano “molto rumore per nulla” fa da sfondo ai vaghi pensieri dell’Orsa Maggiore.

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