Filippine. Rodrigo Duterte contro tutti

Rodrigo Duterte, presidente delle Filippine, deve essere sottoposto a una valutazione psichiatrica. A richiederlo pubblicamente in una conferenza stampa il 9 marzo 2018, è l’alto commissario dell’Onu, Zeid Ra’ad al Hussein, dove ha dichiarato che le dichiarazioni di Duterte espresse nei confronti di Agnes Callamard, relatrice speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziali, “sono inacettabili”.

L’avversione di Duterte nei confronti di Agnes Callamard inizia nel 2017 a seguito del rapporto redatto  da quest’ultima sulla campagna governativa filippina contro la droga che avrebbe provocato circa 10mila morti nell’arco di un anno e mezzo. Nonostante nel 2016 fosse stato lo stesso governo delle Filippine ha invitare formalmente la relatrice dei diritti umani dell’Onu a indagare sulle controverse uccisioni comandate da Duterte, una volta emersi i risultati  dell’indagine della Callamard, il presidente delle Filippine disse che la relatrice Onu meritava di essere “schiaffeggiata”.

Passa il tempo la posizione del capo di stato non cambia. A fine febbraio 2018  Duterte ha dichiarato che accetta di collaborare, riguardo alla sua politica sulle droghe con le Nazioni Unite, soltanto se l’Onu estrometterà Agnes Callamard, accussandola di parzialità.

L’indagine del Tribunale dell’Aja

Importante rilevare che nel febbraio 2018 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha avviato un indagine preliminare sui presunti   crimini commessi dalle forze dell’ordine filippine nella campagna di guerra alla droga dall’inizio  della presidenza di Rodrigo Duterte. Il Tribunale dell’Aja ha preso le  mosse dal rapporto redatto dal giudice filippino Jude Sabio che documenta la responsabilità del presidente filippino  nelle “esecuzioni extragiudiziarie e omicidi di massa”  L’indagine potrebbe portare a formulare accuse di crimini contro l’umanità, ma il processo potrebbe richiedere anni.

“Io sono pronto” avrebbe commentato il capo dello Stato filippino nell’apprendere dell’indagine del CPI. In realtà, secondo l’agenzia Reuters, il presidente Duterte nel corso di un discorso rivolto alle élite delle forze armate (forze dell’ordine e militari) pronunciato a Davao, le ha spronate a non collaborare all’inchiesta del procuratore Fatou Bensouda del Tribunale dell’Aja. “Quando si tratta di diritti umani, chiunque sia il relatore – ha detto Duterte – il mio ordine a voi è: non rispondete”.

La mattanza continua?

Rodrigo Duterte, dopo essere stato a lungo sindaco della città di Davao, è stato eletto presidente delle Filippine nel giugno 2016 e il suo mandato, salvo incidenti di percorso, scadrà nel 2022.  Le esecuzioni sommarie per reati di droga (che hanno mietuto vittime innocenti) sono iniziate dal giorno successivo del suo incarico presidenziale.

Nel febbraio 2017 dopo l’omicidio per errore d’identità dell’uomo d’affari sudcoreano Jee Ick Joo da parte di una squadra antidroga, Rodrigo Duterte ha ordinato alla polizia di sospendere le operazioni antidroga.  Ma, come avevamo scritto allora, si trattava di una tregua: il presidente aveva riconfermato che la sua guerra alla droga sarebbe continuata fino alla fine del suo mandato.

Decisione che sembra confermata dai fatti. Varie Ong per i diritti umani continuano a denunciare che molte delle uccisioni sono delle mere esecuzioni compiute dalle forze dell’ordine. Quest’ultime  negano. Ma nel novembre 2017  sono emersi dei video di sorveglianza che mostrano agenti anti-droga sparare contro uomini inermi: raid compiuti il giorno successivo all’ordine di Duterte di spostare l’operatività  del piano antidroga  dalla polizia  all’Agenzia statale Drug Enforcement Agency. Cambiano gli attori ma non le pratiche.

 

 

Fotografie dall’alto: Agnes Callamard (photo  by Lito Boras/Rapple), Rodrigo Duterte con Ronald dela Rosa, capo della polizia nazionale (photo by Noel Celis/Agence France-Presse — Getty Images), Agenti di polizia in una strada di Manila

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