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Germania. I conti con i discendenti degli Herero e dei Numa

di Alessandra R.C. Lazzeri · Pubblicato Agosto 12, 2021 · Aggiornato Agosto 12, 2021

La Germania ha riconosciuto la propria responsabilità di genocidio nei confronti delle popolazioni Herero e Nama dell’allora Africa Tedesca del Sud Ovest, oggi Repubblica della Namibia.

Dopo aver dichiarato tempo addietro di “accettare la nostra responsabilità storica e morale” senza accennare alla riparazione, nel maggio 2021 il governo tedesco si è impegnato a compiere “un gesto per riconoscere l’immensa sofferenza inflitta” stabilendo un risarcimento di 1,3 miliardi di euro che corrisponderà in 30 anni principalmente ai discendenti delle vittime di allora.

Si stima che dal 1904 al 1908, durante quelle che passano alla storia come Le guerre Herero siano stati uccisi dai coloni tedeschi 60mila Herero (equivalenti all’80% dell’intero gruppo autoctono) e 10mila Nama (il 50% della popolazione).

Il massacro è considerato dagli storici (e tale riconosciuto dalle Nazioni Uniti dagli anni Ottanta del secolo scorso) come uno dei primi tentativi di genocidio, inteso come sterminio di un’intera popolazione con la comparsa dei campi di concentramento.

Cenni di Storia

Con la Conferenza di Berlino – che nel 1884 decise sulla spartizione dell’Africa tra le potenze coloniali europee – tra i propri domini la Germania annoverava l’attuale Namibia, la cui popolazione era costituita da varie tribù, le principali delle quali erano quelle degli Herero e dei Nama, entrambe dedite all’allevamento.

Le migliaia di tedeschi che vi si trasferirono ebbero man forte ad approfittare sia degli africani (che usarono come schiavi), sia dei loro beni (sottrazione della terra) e delle ricche risorse naturali del Paese (oro, diamanti, rame, stagno).

Le tribù mal tolleravano la dominazione tedesca. Gli Herero giunsero alla ribellione all’inizio del 1904 e nel successivo ottobre si aggiunsero a essi il popolo Nama.

Per domare la rivolta che in prima battuta sembrava avere la meglio, i tedeschi nominarono Comandante delle Schutztruppe (l’esercito coloniale della Germania Imperiale) il generale Adrian Lothar von Trotha, il quale, preso il comando di tutte le forze militari, a luglio accerchiò i ribelli e li sconfisse il mese successivo nella battaglia di Waterberg.

I superstiti ribelli riuscirono ad aprirsi un varco verso Sud-est. Inseguiti dalle truppe tedesche, alla fine di settembre erano al margine del deserto dell’Omaheke e accerchiati a ovest dai militari ma continuavano la rivolta. Per domarla Von Trotha  decise di annientare i nemici per fame e sete: fece presiedere o avvelenare i pozzi. Ormai privi di munizioni, senz’acqua e senza i bestiami i ribelli si dispersero, in parte riuscendo a superare la frontiera, in parte arrendendosi.

Al termine del 1904 Berlino ordinò di radunare e rinchiudere i superstiti (la maggior parte donne e bambini) nei campi di concentramento. Il primo venne creato a Vindhoek, poi 3 a Swakopmund (dove quel che avvenne fu documentato e fotografato dagli stessi tedeschi) e il più feroce all’isola di Shark Island.

I prigionieri nei campi furono sottoposti a violenze sessuali, lavori forzati e a esperimenti medici. Morirono per eccesso di lavoro, malnutrizione e le conseguenti malattie, quali il tifo e lo scorbuto.

Il valore della riparazione per i discendenti

Uahimisa Kaapehi, discendente herero e consigliere comunale della città di Swakopmund, ha confidato alla giornalista Samantha Granville (della bbcworld.com) che il tempo trascorre invano: quel che è accaduto oltre un secolo fa sanguina ancora nel cuore delle popolazioni colpite.

I discendenti non credono alla sincerità dell’attuale rimorso tedesco né al risarcimento. Per Kaapei il suo popolo ha perso “un secolo di tradizioni, di cultura e di mezzi di sussistenza, determinando una povertà generazionale alla quale è impossibile dare un prezzo”.

Quello che vogliono gli attivisti che rivendicano i diritti disprezzati e i soprusi subiti non è denaro “che serve solo a dire che ci hanno fatto del male” ma che il “Governo di Berlino riacquisti le terre ancestrali, ora nelle mani della comunità di lingua tedesca e le restituisca ai discendenti Herero e Numa”.

“Vogliamo trilioni. Trilioni che possano guarire le nostre ferite” ha concluso Uahimisa Kaapehi.

Non sappiamo se li otterranno, se giungeranno a un accordo. Ma secondo Samantha Granville, comunque andrà, l’entità delle riparazioni avrà “un impatto che va al di là della Germania e della Namibia e potrebbe costituire un precedente per gli altri Paesi con un passato coloniale”.

 

 

 

Immagini: 1) Namibia (Africa) commemorazione del genocidio degli Herero e dei Numa; 2) protesta contro il generale  von Trotha, responsabile del genocidio; 3)Swakopmund (Namibia) Uahimisa Kaapehi, discendente herero e consigliere comunale – photo by Kate Schoenbach


Etichette: AfricacolonialismogenocidioGermaniaHereroNamibiaNuma

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