Quando Goethe salvando Faust, salvò sé stesso

Nel 1786 Johann Wolfgang von Goethe, a 37 anni, intraprese il suo primo viaggio in Italia, durato quasi due anni. Dopo aver visitato il Nord della Penisola giunse a Roma il 1° novembre e soggiornò in Via del Corso 18.

Roma nasconde, Roma ti sorprende. Se sai cercare ti racconta tante cose anche di questo poeta teutonico del quale in tutte le sue opere, nonostante siano intrise di una tragicità unica, si avverte la profondità della sua vita vissuta amando l’arte e bellezza.  di una città senza pari.

Un palazzo settecentesco in via del Corso mi venne incontro all’inizio degli anni 2000, il caldo sole di giugno ne illuminava la facciata, spinta dalla mia innata curiosità vi entrai e salii quelle scale che mi aprirono la Casa Museo di Goethe, accolta forse da muri troppo bianchi e freddi, in stanze un poco mute, ma dove conobbi il campo di osservazione della sua poesia classica fino a scoprire che proprio durante il soggiorno romano progettò l’opera il Faust.

La grande biblioteca storica con le prime edizioni dei suoi scritti, i testi dove si leggono versi che esprimono l’entusiasmo e la contemplazione della natura, la rivisitazione dei protagonisti dei suoi romanzi e, forse, lo scoprire che proprio Faust altri non è che lui stesso, in quanto uomo carico di storia e con l’anelito di libertà e ansioso di convivere con le cose essenziali della vita.

Scrisse: “La magia è credere in noi stessi. Se riusciamo a farlo, allora possiamo fare accadere qualsiasi cosa. Si dovrebbe, almeno ogni giorno ascoltare una canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro e se possibile, dire qualche parola ragionevole.”

Scoprì sempre nel Faust due preghiere mariane. La prima ce la presenta Margherita, che dopo tante sventure, porta i fiori al tabernacolo della Madonna Addolorata. “Ah, inchina, tu ricca di dolori, il tuo sguardo benigno al mio affanno. La spada nel cuore, con mille dolori. Tu guardi alla morte del tuo Figlio, al Padre tu guardi e rompi in singhiozzi profusi sopra il tuo e il suo affanno e dalla morte! È inchina, Tu ricca di dolori, il tuo sguardo benigno al mio affanno”. E l’altra continua: “Inchina, Ah, inchina, Tu senza pari, Tu ricca di raggi di luce, il tuo sguardo propizio alla mia gioia

Ecco, Faust è salvo, così come il suo autore, che crede nella salvezza divina: “Sia ogni nostro valore più bello. A te consacrato in servizio. Vergine, Madre, Regina, Dea, rimani propizia!”

Tra il 1813 e il 1817 Goethe compose il suo famoso diario Viaggio in Italia, due volumi che racchiudono il resoconto del Grand Tour che il grande poeta compì in Italia tra il 3 settembre 1786 e il 18 giugno 1788.

Nel 1829 venne pubblicato il terzo tomo,  dove descrisse la sua seconda visita a Roma.

Ebbe l’opportunità di visitare la città eterna in compagnia del pittore Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, autore del celebre ritratto bucolico che ritrae Goethe nella campagna romana nel 1787.

Stupisce e lusinga un suo giudizio sul popolo romano espresso nel secondo soggiorno durante il Carnevale, festa che lo affascinò particolarmente. Scrive Goethe: “Questo è il momento in cui il severo cittadino romano, che per tutto l’anno s’è guardato dal compiere passi falsi, depone istantaneamente la sua gravità e moderazione”.

 

Immagine: Goethe nella campagna romana (Goethe in der Campagna) dipinto di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein – photo by wikipedia.or

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