In tutta la sua maestosità, l’Abbazia di Praglia

Una volta tanto lasciamo a casa le guide stradali, e scendiamo, via via che l’auto ci conduce, verso contrade dai profili frastagliati, bizzarramente appollaiate sui colli Euganei.

Ci avevano  narrate tante cose di queste piccole valli, ed ora trovarsi a dover contendere i minuti col sole e vedere tutto questo,  è davvero una delizia unica. Il meriggio è splendido e davanti ai nostri occhi si stende un pianoro fresco ed ubertoso.
Ci lasciamo alle spalle Tramonte e Luvignano, ci spostiamo a Torreglia fino all’eremo di Rua, discendiamo a Zovon di Vò fino a Valnogaredo, tutte mete riposanti in un dolce distendersi di balze e boschi. Prima di arrivare a Teolo, paese che giace in un clima incantato di un verde rigoglioso, saliamo fino alla Madonna del Monte, un lembo di colle che ci restituisce quella misura umana che va velocemente scomparendo e ci sembra di ritrovare la serenità e la pace delle cose semplici e genuine.

D’un tratto ci si rivela, nell’evanescente azzurro del cielo un torrione seghettato, una fortezza di guerra, messa lì a  protezione del borgo, da uno dei signorotti del luogo. Quella  fredda costruzione in pietra, apparentemente stride in un mare di calde tinte autunnali, e ti domandi come si poteva vivere in quel vecchio maniero. Una fantasmagoria, e già credi di scorgere soldati nascosti in pesanti armature, signori fasciati in ondeggianti mantelli, cavalli bardati in drappi che percorrono i dirupi scoscesi dei colli, quando, un improvviso vociare interrompe e frantuma questa visione e ne ripropone subito un’altra.

Il gioco del turismo organizzato è giunto anche quassù, un torpedone di gente straniera torna a calpestare quest’erba umida, queste zone tranquille e con la loro vivacità rompe il silenzio. Si disperdono però velocemente e ritorniamo a rifare il tratto di quanto riusciamo a rubare alla natura.

L’occhio instabile non trova ove posarsi, una riga di  nubi, sembra tracciata con uno spesso gesso, taglia in due l’orizzonte e nel fascio di luce solare distinguiamo in tutta la sua maestosità l’Abbazia di  Praglia,   fondata  nel XI° secolo dai monaci benedettini.

Il richiamo è forte e ci avviciniamo. Così restiamo sorpresi dalla vivacità che vi assume la figura umana, con corpi e personaggi che prendono rilievo e carattere proprio nelle vesti dei monaci.

Il viale che immette all’Abbazzia è delimitato da cipressi intervallati da siepi ed alcuni abeti, loro compagni nelle fredde notti invernali battute dal gelo, e che tracciano  il delimitare dell’acciottolato spiazzo antistante l’ingresso alla costruzione in pietra grezza all’esterno, ed intonacata da una mano veloce all’interno, in poche parole, tutto ci incuriosisce. Salita una breve scalinata, il portone si apre e subito, dietro l’ingresso principale, vediamo un monaco,  che, con un grembiule a sghimbescio, gli occhiali ‘appizzati’ sulla punta del naso, è intento a spazzare il pavimento in pietra. Tutto è pulito, eppure la cura che pone nel suo lavoro è tanta che ci fermiamo ad osservarlo.

Gioco forza,  pensare all’indimenticabile Don Camillo e in quell’arcano silenzio, ci sale agli occhi la figura del Guareschi tanto che ci sembra possibile veder entrare, da un momento all’altro anche il buon Peppone.

Quassù però albe e tramonti sono troppo vicine e forse per misteriose ragioni vi nascerà soltanto la tranquillità e, quando la povertà è servita dal sudore di un giorno di lavoro e di preghiera, basta poco per sentirsi premiati anche con un semplice …..buongiorno. Beato luogo ove pace serenità e fiducia sono sempre a portata di mano!

Visitiamo  l’Abbazia, forse una delle più belle esistenti in Italia, sorprendente è l’interno della chiesa, tutt’altro che fredda e nuda,  i suoi 4 chiostri: quello definito doppio, il pensile, il botanico ed il rustico. Splendido è  il giardino interno con le sue piante,  e le sue arcate tutt’intorno rette da capitelli intarsiati. Dai piani superiori sono visibili i vigneti e le piante d’olivo che circondano tutta l’Abbazia.

La nostra guida , che rifiuta qualsiasi obolo, è generosa di particolari e ci conquista con il racconto di tutta la storia  che questo luogo possiede e nasconde. Ci lascia senza parole la biblioteca, che è un monumento nazionale ed ivi è il centro mondiale del restauro del libro. Che dire poi del refettorio, un capolavoro ove l’arte del legno ha raggiunto i suoi massimi livelli.

Tappa obbligata è la zona mercato con tutti i prodotti  di questa terra coltivata dai frati stessi. Miele di varie specie, sacchetti di camomilla a fiori interi, caramelle di propoli, sciroppi, amari e liquori speciali, erbe aromatiche e depurative,  biscotti all’anice ed alle nocciole, cera d’api e candele, vini rossi e bianchi che ti conquistano subito il palato, creme di bellezza  e tanto altro ancora. Vorresti portare via ogni cosa e dato che  non puoi farlo, ti accontenti di portare con te il catalogo che ti viene consegnato ed ove sono descritte tutte queste leccornie e prodotti vari.

Il giorno però sta per finire, un suono di una campanella invita i monaci alle preghiere della sera.

A cavalcioni  su di uno steccato guardiamo di fronte a noi le fasce collinari, i piccoli poggioli che la mano dell’uomo ha un poco profanato con costruzioni moderne, la nebbia ha creato uno speciale tappeto e tutt’intorno c’è solo silenzio.

Saliamo in macchina, la strada, sul ritorno è piatta, la fresca brezza ci lascia immaginare la vita di Praglia e senza fretta, quasi che un’accelerazione improvvisa possa far tutto  scomparire, proviamo a ‘cogliere’ il  più possibile di questo  paesaggio. L’ultima cosa che riusciamo a percepire è un canto
melodioso che ci ricorda le ninne nanne di tanti anni fa.

Domani, in città, continueremo a bere alla fonte dei nostri ricordi, sarà una fonte inesauribile perché è così che noi desideriamo sia.

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