Di meno ma meglio. La moda si dà una seconda chance

Il marchio spagnolo low cost Mango ha presentato la prima capsule collection con capi realizzati secondo i criteri dell’economia circolare, con tessuti con il 20% di fibre tessili riciclate e l’80% di cotone sostenibile.

La capsule è frutto del progetto Second Chances, lanciato dalla stessa azienda spagnola: un programma di riciclaggio realizzato con la collaborazione di KOOPERA, cooperativa promossa dalla Caritas che si occupa di reinserimento e integrazione sociale, creando posti di lavoro nell’ambito dell’economia sostenibile.

Dal 2016 Mango ha posto nei propri punti vendita dei contenitori per la raccolta d’indumenti usati: oltre 400 nei negozi in Spagna, Portogallo, Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Croazia, dai quali nel 2019 ha recuperato 32 tonnellate di capi (il triplo rispetto all’anno precedente).

Alla Koopera spetta il compito di classificare i capi raccolti, secondo le loro condizioni e composizione, individuando il modo di riutilizzarli al 100%:  trasformati in filati per il settore tessile o riciclati per funzioni alternative come la fabbricazioni di tappetini per auto, di riempimenti per divani o trattati per creare energia.

Per la nuova capsule, costituita da 4 linee – 2 della collezione Man e 2 della collezione Woman – Mango ha utilizzato 6 tonnellate di tessuto di cotone recuperato, riciclato, ritessuto e ricolorato con un trattamento che consente il risparmio dell’85% dell’acqua, rispetto al sistema tradizionale.

L’obiettivo che si prefigge il marchio spagnolo è aumentare la percentuale di fibre sostenibili nelle sue collezioni, arrivando a produrre capi di cotone al 100% con filato riciclato entro il 2025 e di filato di fibre cellulosiche di origine controllata al 100% entro il 2030.

Ogni anno continuerà a proporre la collezione realizzata con tessuti riciclati dei capi raccolti dai contenitori Second Chances come modello di economia circolare.

Italiano invece il progetto di Andrea Rosso, curatore del marchio MYAR del gruppo DIESEL, che pur trattando sempre il dismesso, giacenze di magazzino – nello specifico di abbigliamento militare – ne smembra i capi per ricavarne i tessuti da riutilizzare così come sono, creando nuovi modelli.

Si tratta di upcycling, ossia dare nuova vita all’obsoleto, al passato, a ciò che si mette nell’angolo e non si usa più,  che finisce dimenticato in qualche soffitta o si accumula nei depositi, conferendogli valore estetico ed economico, pratica da non confondere con il riciclaggio il quale con i suoi passaggi di raccolta, classificazione e trasformazione costituisce  un sistema industriale che, per quanto sostenibile, implica comunque il consumo di energie e di risorse naturali.

Andrea Rosso ama la moda militare, lo rivela anche il suo marchio MYAR che ha ottenuto scomponendo e invertendo i caratteri della parola inglese ARMY (esercito) che tra l’altro contiene le iniziali  del suo nome, ed è esso stesso, se vogliamo una forma di upcycling semantico.

Dopo aver recuperato la materia prima dai mercatini dell’usato e dai magazzini militari in Italia, Inghilterra e Francia – dove giacciono migliaia di capi – ecco la collezione – unisex e lontana dal concetto di stagionalità – formata da pezzi unici, sartoriali, ognuno dei quali contiene al suo interno un QR code che consente di conoscere la storia e l’esercito di appartenenza delle stoffe usate.

Forse poco applicabile a una produzione su larga scala, MYAR, comunque, oltre a proporre un modello di produzione sostenibile, indica una strada per il futuro prossimo della moda all’insegna del produrre di meno ma produrre meglio, con grande vantaggio per l’ambiente e la creatività.

“Idee blande” sostenute dalla spettacolarizzazione e dall’intrattenimento con continue, inquinanti, “inappropriate e volgari” sfilate – eventi in giro per il mondo, infatti ha denunciato Giorgio Armani nella sua lettera aperta al magazine statunitense WWD, dove ha prospettato il nuovo modo di concepire e di progettare il segmento lusso.

“L’errore commesso – ha posto l’accento Armani – è stato quello di aver adottato le modalità operative del fast fashion, carpendone il ciclo di consegna continua nella speranza di vendere di più”.

È per seguire questa modalità che anche il lusso, perdendo il suo valore peculiare,  è giunto all’iperproduzione, all’assurda e anche “immorale” sovrapposizione delle stagioni con le boutique “che in pieno inverno dovrebbero vendere i capi in lino e d’estate i cappotti d’alpaca”.

“Rallentare – ha suggerito Armani – riguadagnare una dimensione più umana…  riallineare tutto per disegnare un orizzonte più vero”, rimanendo uniti per superare il difficile momento economico post-Covid19 è “la lezione più importante di questa crisi”.    La lettera di Giorgio Armani (qui, nella versione integrale, pubblicata dal Corriere della Sera) ha trovato d’accordo tanti suoi illustri colleghi.

 

Immagini: 1) Corner per il riciclo del progetto Second Chances; 3 e 4) Marchio di upcycling e il suo direttore creativo, Andrea Rosso; 5) Giorgio Armani

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