Il diritto alla normalità. M’aMa- Dalla Parte dei Bambini

Diritti disattesi, così come diritti in cerca di un proprio riconoscimento sostanziale, chiedono con voce pacata, ma assertiva, di essere ascoltati. In queste acque pesanti e poco trasparenti dei diritti negati, ho avuto il privilegio di incontrare l’Associazione M’aMa dalla Parte dei bambini, conosciuta come rete delle MammeMatte.

Perché Mamme? Perché Matte? È bene subito chiarire un principio: ognuno di noi può essere una MammaMatta, a prescindere dal genere a cui si appartiene. Un papà, uno/un/una single, una zia, un nonno, chiunque può essere una MammaMatta, vale a dire una persona.

L’Associazione M’aMa- Dalla Parte dei Bambini, da marzo 2017, anno della sua costituzione su mandato di Servizi sociali e Tribunali dell’intero territorio nazionale, ha collocato in famiglie affidatarie/adottive 180 minori con bisogni speciali.

Solo il 4% di queste sono coppie omosessuali e solo il 15% single.

Fondatrici dell’Associazione: la Dr.ssa Karin Falconi, Consulente genitoriale, esperta in Affido&Adozione, responsabile di AFFIDIamoci (www.affidiamoci.com progetto M’aMa a sostegno alla omo e monogenitorialità affidataria) e l’Avv Emilia Russo, consulente legale e burocratica specialista in Affido&Adozione.

La copertura dunque è totale. Karin Falconi si occupa di affiancare le Famiglie (single, coppie etero e omosessuali), nel percorso delle varie fasi del processo di accoglienza, come la prima di avvicinamento al minore da parte della famiglia assegnata; Emilia Russo si occupa della parte legale e progettuale.

La mission dell’associazione è quella di collocare minori difficilmente collocabili, che hanno difficoltà a trovare famiglie e rischiano di perdersi nell’istituzionalizzazione come minori disabili o troppo grandi, vittime di abusi e maltrattamenti, segnati dal punto di vista comportamentale. L’obbiettivo è quello di creare una rete di famiglie, disponibili a formarsi, in base alle proprie risorse e disponibilità, sull’affido o l’adozione di minori fragili.

Ne abbiamo parlato con Karin Falconi. Le sue parole delineano una situazione giuridica de facto per cui, nella maggior parte dei casi, i giudici escludono l’affidamento a famiglie omosessuali o a single. Rimarchiamo il termine ‘de facto’ perché per legge – dal 1983 (quest’anno ne celebriamo il quarantennale) – è in vigore la legge 184 che decreta il “diritto del minore a crescere ed essere educato nell’ambito di una famiglia, senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di lingua, di religione”.

Il bambino ha bisogno di normalità

La collaborazione con i tribunali e gli assistenti sociali è continua e sistemica, in particolare con i tribunali.

Regioni virtuose, in quanto le più all’avanguardia, in cui non c’è discriminazione di sorta, sono la Regione Campania e la Regione Toscana. Falconi evidenzia come esista un ampio bacino, rappresentato da single e da coppie omossessuali che potrebbe e/o vorrebbe fare domanda per l’Affido, altre ancora che, dopo aver terminato il percorso formativo presso i propri servizi sociali competenti, rimangono “parcheggiate”, ovvero non utilizzate come risorse accoglienti dagli stessi Servizi che li hanno formati.

Il pregiudizio è così forte che raramente si compie l’abbinamento tra famiglie accoglienti e il minore. “Per esempio dal tribunale, arriva la descrizione di un progetto per una situazione specifica di un minore. Alla fatidica domanda relativa alla tipologia di famiglie, se può andare bene una famiglia single o omosessuale, la motivazione del diniego è sempre la stessa: “ Il bambino ha bisogno di normalità”.

Ed ecco che si apre uno scenario quanto mai ambiguo e, forse, pretenzioso sul concetto di normalità; è forse normale che un minore cresca in comunità, quando potrebbe essere accolto dall’amore familiare che niente ha a che vedere con la formula “magica” del padre e della madre”? È ormai un dato acquisito che la struttura familiare non ha nulla a che fare con la capacità genitoriale. Il bambino ha bisogno di far riferimento al ruolo paterno e a quello materno, ma non è detto che questi si identifichino necessariamente con il genere maschile e quello femminile; ruoli che può trovare anche in una famiglia mono o omogenitoriale.

Gli appelli arrivano direttamente dai tribunali con cui Karin Falconi e Emilia Russo hanno rapporti quotidiani. Le associazioni di riferimento sono indicate dagli stessi tribunali e M’aMa-Dalla Parte dei Bambini, gode di un’autentica credibilità, anche perché lavora su una nicchia speciale di minori.

Il lavoro di confronto con le istituzioni è costante, continuo e “martellante” (parola di Falconi).

Ruolo chiave della formazione

Formare, informare, accompagnare le famiglie disponibili all’accoglienza di minori con bisogni speciali è il primo passo per favorire un’accoglienza sana ed equilibrata. Oltre alla formazione si sollecitano le istituzioni a prendere atto come il volto delle famiglie e, il concetto stesso di famiglia, sia cambiato. Ogni tipologia di famiglia, se corrisponde ai bisogni del bambino, è adeguata.

La barriera culturale che si autoalimenta di pregiudizi insensati rallenta e blocca i processi di accoglienza. Nell’ambito di tale accoglienza, il pregiudizio maggiore è quello nei confronti dell’uomo single che viene percepito alla stregua di un pedofilo.

Le famiglie più attente e formate nei confronti dei minori sono rappresentate proprio dalle suddette categorie, che nella maggior parte dei casi rimane esclusa

Una fase molto delicata dell’accoglienza è il monitoraggio delle famiglie: la maggior parte continua ad orbitare nella Rete delle MammeMatte, ma c’è anche chi si allontana (“prendi il bambino e scappa” sono solite dire Karin ed Emilia tra loro), per poi tornare quando è troppo tardi, e il minore ritorna in comunità, con l’ineluttabile aggravamento del disagio del minore.

Dal 2017, quasi 180 minori con bisogni speciali, sono stati collocati tra famiglie adottive e affidatarie, con un micro percentuale di “resi”. Si tratta di un’assunzione di responsabilità, nel momento che decidi di accogliere, non puoi tornare indietro; quando i bambini “ritornano indietro” sono rovinati per sempre.- sottolinea Karin Falconi -. Le nostre restituzioni ci sono state da famiglie di cui non avremmo mai creduto; una variabile non prevedibile.”

Tra le regioni “virtuose” oltre alla Campania e la Toscana, c’è il Piemonte.

Un’altra categorizzazione assurda (né esplicitata, né formalizzata) si appoggia sulla prassi per cui i tribunali sono inclini all’accoglienza a single e coppie omosessuali in caso di bambini “grandi” (adolescenti) e minori con gravi disabilità, quasi si volessero creare, seppur in modo implicito, abbinamenti di categoria B: famiglie di categorie B, per bambini di categoria B.

Eccessiva istituzionalizzazione del bambino. Via per la cronicizzazione dell’inabilità del minore

Un fattore di somma importanza è che esistono evidenze mediche che un bambino che presenta gravi disabilità, se fosse stato accolto fin dalla nascita in una famiglia che avrebbe proceduto ad avviare la necessaria assistenza socio-sanitaria, avrebbe ridotto di una buona percentuale la propria disabilità.

Falconi ricorda che sempre in virtù della legge 184/1983 un bambino, dagli 0 ai 6 anni, deve crescere in famiglia; la permanenza in comunità arresta ogni potenzialità; quando arrivano nelle case, spesso è troppo tardi. Attualmente Karin sta seguendo un bambino invalido al 100 per cento che se fosse stato preso in cura fin dalla nascita, oggi presenterebbe una disabilità ridotta al 50 percento.

Affidi sine die: un fenomeno che genera confusione e instabilità

L’affido dovrebbe prevedere un termine, altrimenti è altamente confusivo per il bambino; la famiglia di origine dovrebbe essere presente nel percorso di affido, che nasce come supporto alla famiglia di origine, non come sostituzione. “Spesso – mi spiega Karin Falconi, l’affido è residenziale, viene completamente allontanato dalla famiglia d’origine, pur mantenendone periodici rapporti. In origine l’affido nasce come temporaneo, spesso “part time”, diurno, un sostegno quotidiano alla famiglia d’origine per permettere il recupero delle capacità genitoriali. In molte regioni l’affido diurno non è più praticato nonostante ci siano tantissime famiglie disposte a sceglierlo. E ancora: oggi il 75% degli affidi è sine die.”

Germinazione di M’ama Dalla parte dei Bambini

L’idea di M’aMa-Dalla Parte dei Bambini nasce proprio dall’incontro-scontro quotidiano con questa realtà pregiudizievole e anti sociale. Karin Falconi, come mille altre donne single, non capiva perché come donna separata con un bambino non poteva adottare un bambino. La stessa ingiustizia la vedeva perpetrata nei confronti di suoi amici omosessuali, uniti stabilmente, dato che non esistono ricerche scientifiche che evidenzino che per il benessere psico-fisico del bambino, il minore debba crescere in una famiglia tradizionale, considerando inoltre la disapplicazione della già citata legge 184/1983 sulle Adozioni e Affidi.

Un’associazione operativa che svolge, inoltre, una diffusa azione di sensibilizzazione civica e istituzionale. Recente l’appello in cui si chiede il rispetto della legge esistente perché ogni bambino abbia finalmente il diritto di crescere in Famiglia e non rischi più di essere istituzionalizzato per anni, nel rispetto di quei minori che scrivono al giudice di volere festeggiare il loro 18° compleanno nella “normalità di una casa”

Ogni bambino ha il diritto di crescere nella Famiglia giusta per lui.

Riferimenti

M’aMa-Dalla Parte dei Bambini (La rete delle MammeMatte)
email: mamadallapartedeibambini@gmail.com celll. 3317910854
www.mammematte.com

AFFIDIamoci (sostegno alla omo e monogenitorialità affidataria)
email: karin@affidiamoci.com cell. 3398322065
www.affidiamoci.com

 

 

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