Giornalisti precari per un’editoria assistita

Il 10 aprile 2026, i giornalisti dell’emittente La7 hanno incrociato le braccia per la prima volta dopo oltre undici anni, protestando contro le attuali politiche retributive e la mancata applicazione del contratto.

Come si legge nel comunicato sindacale, in un’azienda solida che registra record di ascolti e consensi, i redattori chiedono di essere retribuiti correttamente, nel pieno rispetto del Contratto Nazionale di Lavoro e degli accordi integrativi aziendali.

Il giorno precedente, il 9 aprile, l’Ordine dei Giornalisti del Lazio è sceso in piazza a Roma per sollecitare il Governo sul tema dell’equo compenso, a tutela dei lavoratori autonomi e dei collaboratori coordinati e continuativi (Co.co.co).

Il contratto nazionale scaduto da 10 anni

L’intera categoria si fermerà nuovamente il prossimo 16 aprile per rivendicare il rinnovo del contratto nazionale, scaduto ormai da dieci anni (1° aprile 2016). Si tratta della seconda giornata di sciopero dopo quella del 27 marzo scorso, indetta anche per denunciare il precariato dilagante nel settore.

La Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) sottolinea come i giornalisti rappresentino l’unica categoria di lavoratori dipendenti priva di rinnovo contrattuale per un periodo così lungo.

Lo squilibrio nella distribuzione delle risorse

Il sindacato evidenzia, inoltre, un forte squilibrio nella distribuzione delle risorse: tra il 2024 e il 2026, l’editoria ha beneficiato di 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute, a cui si aggiungono 66 milioni per finanziare 1.012 prepensionamenti.

Tra il 2022 e il 2025, le aziende hanno risparmiato circa 154 milioni sull’acquisto della carta e, nel triennio 2024-2026, riceveranno ulteriori 17,5 milioni per investimenti tecnologici. Risorse ingenti che la FNSI definisce privilegi per pochi, gravanti sulla collettività.

Da questo scenario restano esclusi i collaboratori e le partite Iva, per i quali gli editori propongono oggi compensi persino inferiori a quelli del 2014: 17 euro ad articolo contro i 20 di dodici anni fa, comunque contestati.

Intervenendo alla trasmissione Omnibus su La7 lo scorso marzo, la segretaria generale della FNSI, Alessandra Costante, ha ribadito che, nonostante le difficoltà, la stampa cartacea resta il pilastro dei bilanci editoriali.

Pur riconoscendo il valore strategico dell’informazione online, Costante ha ammonito: “Se un editore pensa che il passaggio al digitale debba comportare il taglio di stipendi e diritti, commette un enorme errore; il giornalista deve restare centrale”.

La base per la negoziazione

Dopo un decennio di stasi contrattuale, la FNSI chiede agli editori di coprire la perdita del potere d’acquisto, superiore al 20% a causa dell’inflazione.

Solo partendo da questo presupposto si potrà ridiscutere un contratto che oggi appare superato rispetto alla realtà delle redazioni, costrette a confrontarsi con la pressione aziendale sull’uso dell’intelligenza artificiale e il sistematico saccheggio dei contenuti da parte dei colossi del web (OTT).

La diretta RAI

Senza diritti e tutele, la qualità del giornalismo e la sua funzione democratica sono a rischio.

Ne è stata una dimostrazione tangibile la gestione della diretta per l’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali in RAI, aspramente contestata. Scelte editoriali che hanno minato la reputazione del servizio pubblico, spingendo l’Usigrai a proclamare uno sciopero il 13 febbraio 2026; un’agitazione che ha visto un’ampia adesione, con i giornalisti di Tg e Gr che hanno mandato in onda i propri servizi senza firma.

I tre pilastri

In sintesi, la mobilitazione ruota attorno a tre pilastri fondamentali: il rinnovo del contratto, la tutela della dignità del lavoro attraverso il contrasto al precariato e la garanzia di un equo compenso. Senza un giornalismo forte e tutelato, è la democrazia stessa a vacillare.

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