Da cavallo selvatico a destriero per una rara modifica genetica
Sebbene il cavallo abbia svolto un ruolo chiave nella recente evoluzione umana – intervenendo nello sviluppo della comunicazione dei trasporti, dell’agricoltura e della guerra -, la sua domesticazione è avvenuta inaspettatamente tardi, 4500 anni fa, posteriore di 5000 anni a quella di maiali, capre, bovini e pecore.
Lo apprendiamo dei risultati di uno studio – pubblicato su science.org – condotto utilizzando “una combinazione di analisi del DNA antico e lavoro sperimentale con modelli murini per fornire nuove prove dei cambiamenti biologici che hanno trasformato i cavalli selvatici in animali cavalcabili, sbloccando immense possibilità di cambiamento sociale e culturale-
La domesticazione potrebbe essere stata generata dalla mutazione del gene ZPFM1, che riduce i livelli di ansia nei topi e nelle persone genera un generale benessere ma, soprattutto, dal gene il GSDM. Il cavallo selvatico, se da un lato è diventato più docile, meno nervoso con maggiore capacità di seguire gli ordini impartiti, dall’altro il secondo gene ne ha rimodellava le vertebre e migliorato la coordinazione motoria, trasformandosi potenzialmente in un destriero, con la forza necessaria per sopportare il peso.
I nostri progenitori individuando i mutamenti, circa 4750 anni hanno avviato un’intensiva selezione specifica in modo che aumentasse il numero degli esemplari adatti ad essere montati, risultato ottenuto circa 4150 anni fa.
Ludovic Orlando, archeologo molecolare presso il Centro di antropobiologia e genomica di Tolosa (Francia) in collaborazione con scienziati cinesi e svizzeri analizza i genomi da vari anni: finora ha analizzato i genomi di 72 cavalli di diverse razze equine e appartenenti a diversi periodi storici.
In merito al genoma GSDMC, il team scientifico ha rilevato come nell’arco di poche centinaia di anni una variante del gene GSDM abbia subito un’impennata di frequenza, passando da una presenza minima ad essere comune in quasi tutti i cavalli. La selezione compiuta dall’essere umano, sostiene Orlano, ha cambiato la biologia equina.
Ma lo studio sull’evoluzione dell’equitazione continua, perché spiega l’archeologo Orlando, potrebbero esserci altri geni ancora non analizzati sufficientemente o innovazioni culturali cruciali ma che non hanno lasciato tracce nel genoma.
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