Gente d’Europa. Patto di convivenza con i migranti oltre i referendum

2 ottobre 2016. Dobbiamo annotarla questa data perché nelle stesse ore nelle quali il popolo ungherese andava alle urne e il Capo del governo, Orban, affermava che il referendum contro il ricollocamento delle quote dei migranti stabilito dalla Unione europea sarebbe stato politicamente valido anche se non si fosse raggiunto il quorum, la premier britannica Theresa May annunciava che la procedura di distacco dall’Unione europea, la cosiddetta Brexit, sarebbe stata avviata entro il marzo del 2017 per concludersi entro il 2019.

Che cosa collega Londra e Budapest?
La questione migratoria è il collegamento più visibile nella misura in cui le ragioni più o meno fondate, più o meno strumentalizzate, che sono andate alimentando la paura della “invasione”, hanno costituito la molla che ha messo in moto l’uno e l’altro referendum.

È pur vero che a differenza di quello ungherese, specificamente voluto da Orban per contrastare le quote di redistribuzione dei rifugiati dopo essersi chiamato fuori dal sistema Shengen, il referendum britannico era stato concepito sulla base di motivazioni più articolate e comunque più legate all’insofferenza storica e generale per i vincoli posti dall’Unione europea. Ma non è meno vero che il suo esito ha risentito in maniera decisiva della questione migratoria.

È pur vero che Orban ha infarcito la propaganda referendaria di pratiche e di slogan di una inaccettabile marca xenofoba e islamofoba, arrivando addirittura ad invocare la difesa della identità cristiana, concetti che nel Regno Unito sono stati appannaggio quasi esclusivo di una minoranza.

Ma non è men vero che la decisione di erigere il muro di Calais, in necessario condominio con la Francia socialista di Hollande, la dice lunga sugli umori del popolo britannico rispetto alla pressione migratoria. Fermo restando che sarebbe del tutto fuori luogo tentare un parallelo tra l’illiberale, demagogico e populista Orban – dimentico tra l’altro dell’accoglienza riservata ai 250mila ungheresi in fuga dall’Armata rossa nella gloriosa pagina scritta nel 1956 –  al Premier britannico Cameron cui si deve la paternità del referendum del giugno scorso.

Diciamo pure che in Gran Bretagna i fautori della Brexit hanno vinto ma non stravinto e che in Ungheria i fautori del sì hanno perso ma hanno manifestato una percentuale di adesione impressionante. Ciò che lascia sperare in un orizzonte futuro di maggiore lungimiranza se non proprio di recupero di spirito di solidarietà.

Dovrebbe essere chiaro, del resto, come il movimento migratorio che ha interessato e sta interessando anche l’Europa – sono stati stimati in 65 milioni i migranti nel mondo – non si arresterà con i muri, di qualsivoglia materiale siano fatti, e che l’unica risposta produttiva e realistica sta nell’impegno a gestirlo anche in collaborazione con in paesi di origine e di transito del flusso.
Ma c’è un altro filo che collega le due capitali ed è rappresentato dal comune intento di mettere in discussione il principio di sovranità dell’Unione europea rispetto alla sovranità dei paesi membri fissato nel Trattato di Lisbona del 2008, vera e propria svolta politico-giuridico-istituzionale dell’Unione europea.

Metterlo in discussione come? Respingendolo in nome di una sovranità nazionale da riscattare per negoziarne o cercare di negoziarne i termini al fine di salvaguardare alcuni interessi nazionali.
La britannica May, rivendicando la piena potestà legislativa nazionale rispetto alla circolazione delle persone, al potere giudiziario, etc,, ma puntando nello stesso tempo a negoziare il mantenimento dei vantaggi del mercato unico e verosimilmente altro.

Orban respingendo i termini vincolanti delle decisioni assunte anche a maggioranza, da lui sottoscritti a suo tempo, ma contando di negoziarli in qualche modo, mantenendo inalterato tutto il resto, a cominciare dai fondi strutturali.
Mi si dirà che così facendo rischio di porre questi due personaggi sullo stesso piano.

È un rischio che non intendo correre e per questo ribadisco quanto scritto in precedenza sulle pesanti ombre che gravano su Orban in chiave di democraticità e di rispetto dei diritti umani. Ma ciò detto non posso non rilevare il parallelismo del tentativo negoziale di entrambi che l’Unione europea dovrebbe affrontare nella massima coerenza con la sua stessa ragion d’essere che non può e non deve essere subordinata all’emotività di un certo momento storico, avendo il Trattato di Lisbona un sostanziale valore costituente.

Sottrarre quel Trattato al giudizio popolare è stato un errore, a mio giudizio, anche se non mancavano, come non mancano, forti argomentazioni a sostegno di quella linea di condotta.

Ma è proprio in momenti di difficoltà come quello che stiamo attraversando che occorre tenere la barra dritta e ricordare che il referendum britannico aveva un valore consultivo che è stato deformato da una certa volontà politico-partitica di cui forse ci si è già pentiti (avremo tempo tra il 2017 e il 2019 per verificarlo); e che il rifiuto di Orban di ricevere quote davvero risibili di rifugiati, principalmente da Italia e Grecia, deve essere riscontrato con quella durezza che non si è voluto usare di fronte alle sue politiche discriminatorie e antidemocratiche. E mi auguro proprio che sia infondata la notizia di un accordo negoziale siglato sottobanco dallo stesso Orban e la cancelliera Merkel.

Deve apparire chiaro che sia le politiche xenofobe e islamofobe sia gli slogan del massimalismo enti-europeo che stanno attraversando il continente non pagano. Ma perché ciò cominci a manifestarsi è forse non meno indispensabile che un robusto risettaggio della dirigenza europea e dei rapporti dell’Unione stessa con la popolazione, con i cittadini.

Con la gente d’Europa insomma; soprattutto di quella più giovane, chiamata all’appello di una convivenza positivamente ragionata con quelle genti che oggi hanno bisogno di noi e che domani potrebbero restituircela con gli interessi.

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