Aung San Suu Kyi alla Corte dell’Aja

Aung San Suu Kyi, la leader birmana, il 10 dicembre 2019 sarà interrogata dalla Corte penale internazionale dell’Aja per rispondere di sé e del suo Paese, il Myanmar (ex Birmania) dell’accusa di genocidio perpetrato contro la minoranza musulmana Rohingya.

Da quando il Myanmar ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito (1948) ha dimostrato intolleranza verso i Rohingya fino a negargli la cittadinanza nel 1982.

Da allora i conflitti interni tra il governo centrale birmano e la minoranza etnica non sono mai cessati. Nel 2012 la situazione è precipitata: la persecuzione verso i Rohingya ha subito un’escalation culminata nei feroci attacchi dei militari birmani ai villaggi della minoranza islamica nel 2017.

Nello stesso anno l’Onu ha pubblicato un rapporto, dove afferma che le forze armate del Myanmar “hanno circondato i villaggi rohingya nella zona settentrionale dello stato di Rakhine, uccidendo o ferendo gravemente centinaia di abitanti in fuga. Persone anziane e con disabilità, impossibilitate a fuggire, sono state arse vive nelle loro abitazioni date alle fiamme dai soldati”. Nell’ondata di violenza del 2017 sono stati configurati almeno 6 crimini contro l’umanità: omicidio, deportazione, sfollamento forzato, tortura, stupro e “altre forme di violenza sessuale” e persecuzione.

L’intervento militare del 2017 ha provocato la fuga di circa 740mila Rohingya verso il vicino Bangladesh, dove vivono in condizioni di estrema povertà, ammassati nei campi profughi.

La vicenda ha, inevitabilmente, coinvolto  Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, che ha parlato di fake news internazionale, senza mai prendere una posizione precisa in difesa della minoranza islamica, né ha saputo (voluto o potuto?) rispondere ai tanti appelli che le sono stati rivolti dalla comunità internazionale, incluso quello di papa Francesco. L’accusa nei suoi confronti è di passività (o accondiscendenza?) verso i militari del Myanmar.

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