Artolution. L’arte partecipativa che conforta il mondo

Innescare cambiamenti sociali attraverso l’arte partecipativa e collaborativa: affrontare le questioni critiche conseguenti ai conflitti armati e alla povertà estrema, come i traumi e l’ emarginazione sociale, attraverso iniziative creative che promuovano la riconciliazione, la guarigione e la resilienza.


Questo è quanto si propone Artolution, l’organizzazione internazionale fondata nel 2015 dagli artisti statunitensi Max Frieder e Joel Bergner (alias Joel Artista), sul modello della comunità di arte pubblica avviata dal primo nel 2009.

Con la collaborazione di artisti locali, educatori, scuole, gruppi comunitari, istituzioni e organizzazioni internazionali e con l’elaborazione di programmi artistici ad hoc, Artolution riesce a collegare tra loro i popoli che hanno obiettivi sociali comuni; a coinvolgere bambini, famiglie, bambini, giovani di strada o socialmente esclusi, rifugiati, detenuti con l’obiettivo di innescare un processo che gli consenta di diventare essi stessi agenti promotori di un dialogo costruttivo e, rendendoli, al tempo stesso più forti nell’affrontare le sfide che li attendono per conquistare una condizione di vita migliore.
Un’utopia? No, considerando la mole di attività dell’organizzazione: a oggi Artolution ha realizzato progetti in 30 Paesi, in America Latina, Africa, Medio Oriente, Nord America, Australasia, Asia meridionale e in Europa.

Le attività artistiche sulle quali s’improntano i progetti sono, prevalentemente, l’arte murale e la scultura di comunità, seguono la danza, il teatro e la musica. La scelta dell’iniziativa avviene nel corso dei workshop che Artolution organizza in loco dove i partecipanti, attraverso l’analisi dei vari problemi della loro comunità, decidono l’argomento e il contenuto di quella che sarà la creazione collaborativa dell’opera d’arte pubblica.

Esempi significativi e suggestivi del lavoro di Artolution sono i progetti realizzati in Medio Oriente, India, e nella comunità Rohingya rifugiata in Bangladesh.

Medio Oriente

Riconciliazione – Nel martoriato Medio Oriente dove la rivendicazione della stessa piccola fetta di terra sembra tragicamente irrisolvibile (almeno fino ad oggi), gli ebrei e gli arabi conducono vite separate con “timore e diffidenza l’uno dell’altro – secondo Artolution – anche quando vivono nelle immediate vicinanze”. Ma se i rispettivi politici sembrano essere incapaci a trovare soluzioni di pace, alcune persone comuni si sforzano con azioni concrete di porre fine alla spirale di odio e paura reciproche.  E, grazie ad Artolution hanno dato vita al progetto Riconciliazione: giovani palestinesi e israeliani gettano i semi del cambiamento.

Uno spazio sicuro dove i giovani con background diversi possono incontrarsi e lavorare insieme ponendosi l’obiettivo comune della convivenza pacifica. E in quel luogo creato da Artolution, come spiega la stessa organizzazione, che spesso i giovani ebrei e gli arabi “s’incontrano per la prima volta nella loro vita”, imparano a conoscersi, superando il problema della “disumanizzazione” dell’uno  e dell’altro causata dalla perenne contrapposizione.  Ed è in quel luogo dove per una volta “sono concentrati su ciò che li unisce anziché su ciò che li divide”, innescano un processo che “li incoraggia a lavorare verso soluzioni che i loro leader, invece, eludono da generazioni”.

E le immagini che ritraggono i bambini e gli adolescenti di entrambi le comunità mentre dipingono o progettano insieme, spesso coinvolgendo gli adulti, sono più eloquenti che qualsiasi descrizione.  Sembrano, veramente, realizzare l’auspicio del titolo del progetto: gettare basi solide oggi per avere risposte confortanti di una convivenza pacifica in un futuro prossimo.

La riconciliazione fra i popoli ricorre anche nel progetto che Artolution ha dedicato ai rifugiati siriani nei campi nei campi profughi di Za’atari e Azraq in Giordania.


La guerra in Siria, scoppiata il 15 marzo  2011 (e non ancora risolta) ha provocato grandi flussi immigratori.   Molti dei rifugiati che hanno perso tutti i loro beni sono ospitati nei campi profughi sorti nei paesi limitrofi, mettendo a dura prova, loro malgrado, i servizi e le risorse dei siti ospitanti. Uno stato di cose che ha provocato tensioni tra i rifugiati e le popolazioni locali. In questa frattura si è inserita Artolution che, oltre a sostenere le vite sospese dei profughi, supplisce con programmi educativi le inevitabili carenze educative, elaborando progetti di arte pubblica che coinvolge i giovani siriani e giordani, con l’obiettivo di ridurre le tensioni e promuovere l’adesione sociale fra le 2 popolazioni:   ed ecco, quindi, i murales realizzate nei campi profughi di Za’atari e Azraq.

Asia

India – Disuguaglianza di genere, lavoro minorile, traffico degli organi umani sono alcuni dei delicati problemi emersi nei workshop in India, dove Artolution è intervenuta nel 2016, operando nelle baraccopoli delle città del grande Paese asiatico.  Con i bambini di strada che sognano un futuro diverso e con i giovani che rievocavano un trauma sono nate opere permanenti come la scultura Foundstrument Soundstrument, gigantesco strumento a percussione realizzato con materiale di riciclo o il murale dipinto a Mumbai da studenti universitari sul tema della violenza di genere e l’emancipazione femminile e che ha partecipato – con notevole successo – al Kala Ghoda Arts Festival .

In India Artolution ha coinvolto centinaia di persone fra artisti ed educatori locali che hanno interagiato con artisti internazionali “scatenando dinamici scambi interculturali”.  I progetti realizzati in India sono tra i più riusciti,  afferma la stessa Artolution nel dimostrare “il potere dell’arte pubblica” che fornisce alla comunità “una piattaforma di lavoro dove le persone, solitamente vittime, diventano protagoniste della propria esistenza e agenti di un cambiamento sociale positivo”. Per questo la felice esperienza del 2016 ha, ad oggi, un prosieguo con lo “sviluppo di una programmazione sostenibile basata sull’arte”.

Bangladesh – Dopo decenni di oppressione e di negazione dei diritti fondamentali, la minoranza musulmana Rohingya ha subito un’accelerazione della violenza da parte dell’esercito del Myanmar: nell’agosto 2017 i soldati hanno iniziato sistematicamente ha bruciare i loro villaggi a sottoporre le persone di ogni età a violenze di ogni tipo. Atti di genocidio, come sono stati definiti dalla comunità internazionale, che hanno costretto la minoranza etnica a fuggire verso il confinante Bangladesh.   Qui, ormai, vicini al milione, i Rohingya rifugiati vivono stipati nei campi allestiti ‘alla bell’e meglio’, senza risorse di sorta, traumatizzate dall’orrore dal quale sono fuggiti, con la prospettiva di un futuro incerto.

Il Bangladesh, che gli offre ospitalità, è uno dei Paesi più poveri del mondo e i Rohingya, per sopravvivere, possono contare solo sulle organizzazioni umanitarie che gli forniscono cibo, cure mediche e altri servizi basici, ma è inevitabile, racconta Artolution, che si registri “la mancanza di attività educative e creative” per i bambini. Così come mancano progetti centrati sulla costruzione della comunità e programmi per il superamento dei traumi vissuti”. Per fare fronte a queste mancanze gli stessi fondatori di Artolution, Frieder e Bergner, con il proprio team – tra cui spicca Suza Uddin, il giornalista dedito alle questioni umanitarie e grazie al quale abbiamo conosciuto l’organizzazione  –  hanno condotto workshop formativi che hanno dato buoni frutti.  Nonostante le tragedie vissute, 4 uomini e 4 donne Rohingya, entusiasti del programma di Artolution, stanno lavorando per costruire tra i rifugiati il senso di comunità e per promuovere “connessioni e resilienza positive tra i giovani”.

New York – Balukhali  – Tutto nasce a New York, dove Artolution in collaborazione con l’Unicef, nel 2017 ha promosso la realizzazione di un murale su tela creato e dipinto da oltre 200 famiglie nel Westfield World Trade Center, trasportato poi in Bangladesh e donato ai bambini Rohingya,  installandolo  nel campo Balukhali.  In Bangladesh, con l’aiuto di 8 adulti della comunità i bambini hanno dipinto un murale che presto partirà per New York.
Spiega Artolution: “Nel nostro programma i bambini Rohingya riescono a discutere di questioni importanti della loro vita e hanno l’occasione di plasmare la propria narrativa attraverso la realizzazione di murales, sculture, performance e varie attività creative

In questo modo riescono a definire la propria identità e a costruire relazioni sane con i loro coetanei e adulti della comunità. Al tempo stesso aggiungono colore al loro ambiente desolato”. Ed anche così si ricostruisce la speranza.

 

 

Fotografie tratte dal sito Artolution: dall’alto verso il basso: 1-2) Max Frieder; 3) Joel Bergner. Gruppo fotografico I) Palestinesi e Siriani; gruppo II) Giorndania; gruppo III) India; gruppo IV) Bangladesh – comunità Rohingya; Suza Uddin giornalista e operatore Artolution;  New York, murale presso il Westfield World Trade Center; Bangladesh bambini Rohingya coinvolti nel programma 

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