Rohingya. 379mila rifugiati in 20 giorni

Rohingya 2Cresce di giorno in giorno il numero dei Rohingya fuggiti dalla natia Myanmar (ex Birmania) in Bangladesh, dopo l’ultima ondata di violenza da parte delle autorità birmane, iniziata il 25 agosto 2017.
Lo comunica l’Agenzia Onu per l’immigrazione che riporta la registrazione in atto effettuata dalla Cox’s Bazar con sede in Bangladesh. Al 13 settembre 2017 si contano 379mila Rohingya che hanno superato il confine.

Il numero varia quotidianamente, perché, come ha spiegato Loenard Doyle, portavoce Onu, man mano i rifugiati lasciano la strada e molte squadre delle Nazioni Unite sono, oggi, in grado di valutare meglio la situazione nei villaggi, borghi e altri luoghi dove si accampano i Rohingya. Secondo Doyle non c’è modo di sapere quanti rifugiati potrebbero ancora arrivare, ma prevede che il numero attuale aumenterà notevolmente. Plausibile, anche per le autorità del Bangladesh che nei prossimi giorni arrivino altre 100mila persone.

Gli accampamenti improvvisati, ha spiegato Adrian Edwards dell’UNHCR, richiedono una corretta pianificazione per garantire gli standard di riparo, igiene e sicurezza.  Nel frattempo il 12 settembre 2017 sono iniziate le consegne degli aiuti d’emergenza, attraverso gli aeri umanitari. L’Agenzia pensa di riuscire a fare fronte alle prime necessità di circa 25mila persone. Mentre pianifica di estendere l’intervento per circa 120mila rifugiati. Ma, riconosce, l’impossibilità di aiutare tutti, sia per il numero elevato di rifugiati, sia per il ritmo incessante di arrivi.   Per l’Onu è emergenza umanitaria. E secondo le organizzazioni umanitarie servirebbero circa 77 milioni di dollari per continuare e, al tempo stesso, ampliare le consegne degli aiuti.

Un’emergenza che riguarda soprattutto i bambini. Jean Lieby, direttore dell’UNICEF, ha dichiarato che il 60% del nuovo flusso di rifugiati è costituito dai minori e tra questi almeno 200mila necessitato di cure mediche e sostegno psicologico: 1.128 durante il viaggio sono stati separati dalle loro famiglie.

L’inasprimento della crisi e Suu Kyi non andrà all’Onu

Aung San Suu KyiI Rohingya sono la minoranza etnica prevalentemente musulmana e, per questo perseguitata dal Myanmar che l’ha rinnegata nel 1962 e dichiarata apolide nel 1982.  Il culmine della discriminazione religiosa e razziale contro la minoranza etnica è stato raggiunto nel 2012. Da allora le violenze non sono mai cessate e inevitabilmente la fuga dei Rohingya non è mai cessata.

Dall’ottobre 2016 la crisi si è inasprita.  Il 25 agosto 2017 combattenti appartenenti all’Arkan Rohingya Salvation Army hanno attaccato 30 siti governativi in vari Comuni del Myanmar, nei pressi del confine tra l’ex Birmania e il Bangladesh. La risposta dell’esercito birmano è stata aggressiva, uccidendo fino ad ora 414 persone, secondo stime ufficiali; ma come riporta l’agenzia di stampa Efe, per le organizzazioni indipendenti il numero effettivo delle vittime potrebbe essere di gran lunga superiore.
I testimoni hanno denunciato, ancora una volta, villaggi dei Rohingya incendiati e l’installazione di mine antiuomo al confine con il Bangladesh, per arrestare la loro fuga.

Il portavoce presidenziale del Myanmar ha fatto sapere che la premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi (foto in alto), oggi leader birmano e  destinataria di tanti appelli, sempre senza risposta, a favore della minoranza etnica, non parteciperà all’Assemblea Generale dell’Onu  che si svolge a New York dal 19 settembre 2017. Suu Kyi resterà nel proprio Paese “per gestire gli aiuti umanitari” e in coincidenza con l’apertura dei lavori dell’Assemblea,  terrà un discorso trasmesso dalla televisione “a favore della pace e della riconciliazione”.

Il rischio di destabilizzare la regione

Press Conference by the Secretary-General on the occasion of the Seventy-second Session of the General Assembly

Antonio Guterres (nella foto a lato) , segretario generale della Nazioni Unite, ha inserito nell’agenda dell’Assemblea la questione dei Rohingya. E, fatto insolito per un Segretario Generale, precedentemente ha inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite Generale, dove esprime la sua preoccupazione per la questione Rohingya nel Myanmar; lettera accolta dall’organismo che ha discusso il tema a porte chiuse  nella sessione del 13 settembre 2017.

Nella stessa giornata il capo dell’Onu, nel corso della conferenza stampa, ha esortato il Myanmar a fermare le violenze e le operazioni militari contro i Rohingya; a permettere il ritorno a coloro che sono fuggiti e ad autorizzare l’ingresso degli aiuti umanitari vitali. “Il problema va risolto alla radice” ha affermato Guterres  chiedendo al Governo dell’ex Birmania di concedere ai Rohingya la cittadinanza o, almeno, di accordargli uno status giuridico che permetta alla minoranza musulmana di avere i diritti fondamentali come la libertà di movimento e l’accesso all’istruzione.

“Le ingiustizie che si compiono ormai da decenni hanno oltrepassato i confini di Myanmar” ha aggiunto Guterres “e rischiano di destabilizzare la regione”. Il numero dei rifugiati Rohingya triplicato in pochi giorni – dai circa 122mila ai 379mila – sta aggrevando  le condizioni dello stesso Bangladesh, paese povero e sopra popolato, che è ora in una situazione “estrema”.

Infine alla domanda posta se nel Myanmar è in atto una pulizia etnica, così come asserisce Filippo Grandi Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), Guterres ha replicato: “Risponderò alla domanda con un’altra domanda: c’è un modo migliore per descrivere il fatto che un terzo della popolazione Rohingya è stato costretto a fuggire dal Paese?”.

Foto di copertina: by Saikat Biswas/Onu

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