Londra. La minigonna di Mary Quant al Victoria & Albert Museum

Continua la serie di omaggi del museo Victoria&Albert ai grandi nomi della storia della moda. Accanto alla mostra che vede protagonista Christian Dior (fino al 14 luglio 2019) ecco apparire nelle prestigiose sale del museo le minigonne di Mary Quant, uno dei simboli della Swinging London, come il Time definì nel 1966 quel periodo durante il quale Londra dettò al mondo lo stile nell’arte, nella musica e della moda.


C’erano le neoavanguardie, c’erano i Beatles e c’era Mary Quant con i suoi mini-abiti, gli hot pants, le lunghe zip al posto dei bottoni,  i collant colorati con i quali rivoluzionò il mondo della moda. Perché questa era la parola d’ordine: ribellione e rottura degli schemi. Una reazione alle violenze vissute durante la Seconda e ai sacrifici richiesti per la ricostruzione post-bellica.

Ma al contrario di quanto si crede, non fu Mary Quant ad accorciare l’orlo delle gonne. Lo spiega Jenny Lister, curatrice della mostra londinese. Non fu lei e neanche il celebre André Courréges che rivaleggiò con la prima per la paternità della creazione.  La minigonna, c’informa Lister, nacque in realtà alla fine degli anni Cinquanta: una moda spontanea che si adattava ai ballabili della musica che proveniva dagli Usa come il Rock’n’roll, lo Swing, il Blues e il Pop, tanto per fare dei nomi a caso di quei generi che – loro sì – cambiarono la società: il rock, soprattutto, ancora oggi considerato il primo genere musicale generazionale, ossia una musica destinata a utenti mirati che erano i giovani.

Quel che fece Mary Quant fu rendere la minigonna un diktat fashion. Appassionata di moda, con un diploma d’arte del Goldsmiths College in tasca, sapendo osare e sfidare le convinzioni, comprese “l’energia” che correva in quegli anni e nella piccola boutique Bazaar (aperta nel 1955 nella centrale King’s Road Street) propose i suoi miniabiti, iniziando a indossarli lei stessa.  La piccola ma centrale Bazaar iniziò a essere il punto di riferimento dei giovani, poi delle star e, così attirò, l’attenzione dell’industria. La Quant aprì un altro negozio, fondò il suo primo marchio, poi passò alla linea di calzature, espanse il logo alla cosmetica e nel 1963 affrontò il mercato statunitense. E grande fu il successo che nel 1966 la regina Elisabetta le conferì l’onorificenza di Cavaliere della Corona Britannica che la Quant andò a ricevere in minigonna.

Ottima imprenditrice, da sempre affiancata dal marito Alexander Plunket Greene (si erano conosciuti nei banchi del Goldsmiths) e in concomitanza con le nuove tecniche di produzione di massa, riuscì a democratizzare la moda, come dice Jenny Lister a “rovesciare il dominio dell’alta moda parigina”. Abbigliava la donna che si era liberata delle regole e che “non voleva vestirsi come la propria madre”.

La retrospettiva racconta questa storia con 200 modelli che abbracciano 20 anni di creazioni della Quant, dal 1955 al 1975, alcuni inediti dell’archivio personale della stilista; oltre ai 30 capi e più selezionati tra i 1000 privati, ricevuti grazie alla campagna #WeWantQuant, lanciata dal museo nell’estate scorsa. Esposti in un angolo a se, questi abiti vissuti  mostrano il riverbero sociale intrinseco nell’orlo sopra il ginocchio. Basta guardare le fotografie, anche senza didascalie:  i ‘maturi’ che si voltano a guardare le giovani che passano in minigonna: raccontano la rottura dei costumi di un’epoca.

Oggi, a 89 anni, Mary Quant racconta: “Mi è piaciuto molto indossare gli abiti che ho disegnato per le persone che la pensavano come me. Quelle gonne corte ci permettevano la mobilità: correre, saltare, divertirci”. E rivive la sua eredità di generazione in generazione di donne che, ancora oggi, indossano la sua bandiera: la miniskirt. Oggi sono le mamme a vestirsi come le proprie figlie.


Inaugurata il 6 aprile 2019 la mostra Mary Quant si protrarrà fino al 16 febbraio 2020.

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