Dancing with myself, l’arte che parla del mondo attraverso il proprio corpo
Ballo da solo, così si potrebbe liberamente tradurre il titolo della mostra Dancing with myself, approdata a Punta della Dogana a Venezia, posto che attraverso 145 opere ci offre la lettura dell’uso che l’artista ha fatto del proprio corpo, assunto come materia prima, attraverso opere create dagli anni Settanta del Novecento fino all’inizio del XXI.
La sua immagine, dunque, come supporto artistico al di là dell’autoritratto, è il filo conduttore di questa rassegna dell’arte contemporanea composta da fotografia, video, pittura, scultura e installazioni, suddivisi in 4 aree tematiche: Melancolia, Giochi d’Identità, Autobiografie Politiche, Materia Prima.
Nella prima sala dell’esposizione, accoglie il visitatore la figura di cera dell’artista svizzero Urs Fischer che raffigura se stesso seduto, con le mani appoggiate su una tavola (foto a lato), che inizia a sciogliersi per gli stoppini accessi di cui è munita, che, a spettacolo concluso, la renderanno una massa informe.
Nello spazio successivo, la fotografa statunitense Cindy Sherman espone le sue famose serie che esplorano la costruzione dell’identità femminile, ora vestita da passeggero di autobus (Bur riders) o come uno dei personaggi di una narrativa criminale Murder Mistery persone.
Sono 32 gli artisti che “ballano da soli”, nelle sale dell’antica dogana veneziana, raccontati da uno dei curatori della mostra Martin Bethenod che riflette su come l’uso che gli artisti hanno fatto della loro immagine è “sempre esistito”; spesso, aggiungiamo noi, come materia prima della loro pittura per l’impossibilità di pagare i modelli (è il caso di Van Gogh). Ma, riprendendo le parole di Bethenod, se l’autoritratto era un genere codificato, con l’avvento della fotografia prima e degli audiovisivi poi, “ha occupato un considerevole spazio nel mondo dell’arte”. Gli artisti non usano la propria immagine per parlare di se, ma piuttosto per “rendere testimonianza, protestare, esprimere l’identità di minoranza, sia essa razziale, sociale o sessuale: identità che hanno la comune messa in moto del corpo, da cui scaturisce l’immagine dell’artista, sì ma per parlare del mondo”.
Martin Bethenod si discosta dalla definizione del critico d’arte Rosalind Krauss, che definisce quest’attitudine artistica ‘l’estetica del narcisismo’ e insiste nel dire che “gli artisti non guardano a se stessi ma si usano”. E cita ad esempio un precursore di grande scuola, Marcel Duchamp (1887-1968) quando, negli Venti anni del Novecento, si fece fotografare da Man Ray, travestendosi da Rrose Sélavy (nella foto a lato), il suo alter ego femminile che il pittore scelse per mettere in discussione la figura stessa dell’artista inteso come individuo unico e maschile.
100 delle opere presenti all’esposizione veneziana provengono dalla Pinault Collection, le rimanenti sono state selezionate dal Museum Folkwang di Essen, dove è stata presentata la prima versione della mostra nel 2016. Ripensata, questa seconda versione veneziana si arricchisce di 56 opere, molte dei quali mai esposte a Venezia; tra gli autori ricordiamo Maurizio Cattelan, Nan Goldin, Félix González-Torres, Roni Horn e Damien Hirst.
Aperta al pubblico l’8 aprile 2018 la mostra Dancing with me si protrarrà fino al 16 dicembre 2018.
Foto di copertina: opera di Urs Fischer, photo by Andrea Pattaro/Vision
