Andata e ritorno: dai ricordi di Londra alla Genova di van Dyck
Ritornare nei luoghi del cuore, ingaggiare la lotta con quei ricordi del passato che sulle “prime” sembra ti facciano male perché legati ad anni felici e spensierati, a quella gioventù nella quale ti sentivi libera perché scoprivi il “nuovo” che ti veniva incontro e ti affascinava.
Nel lontano 1973 c’era stato quel tuo viaggio a Londra, quella voglia di autonomia che per la prima volta ti aveva fatto sentire “grande”. Era stata una settimana piena, l’incontro con la città della quale non conoscevi nulla, ma che, caso strano, non ti faceva paura.
La cattedrale di Westminster, il cambio della guardia a Buckingham Palace, la casa di Dickens, la Cutty Sark a Greenwich e il British Museum con la mostra di van Dyck , e tante altre “soste” tutte indimenticabili.
Oggi c’è il ritorno a Genova di quel genio di Anversa di Antoon van Dyck (1599 – 1641), a Palazzo Ducale, con la mostra di 60 suoi dipinti provenienti dal Louvre, dal Prado, dal Museo Thyssen-Bornemisza, dalla National Gallery di Londra, dagli Uffizi di Firenze, dalla Pinacoteca di Brera, dal Museo Reale di Torino e da fondazioni internazionali tra le quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.
La città ligure rende omaggio a quell’artista che, appena ventenne, vi soggiornò dal 1621 al 1627 e che lasciò un segno indelebile proprio nella pittura genovese. Due artisti quali Bernardo Strozzi e Domenico Piola studiarono i suggerimenti derivati dai dipinti fiamminghi e si impadronirono di quella “pittura” che sembra andare oltre il vedere e trasmetterti anche il sentire i colori e le figure.
Ecco perché fu definito un artista iconico che con il suo pennello descriveva qualcosa di riconoscibile, nato da un’idea e uno stile quasi culturali per quell’epoca e basato su immagini che riproducevano l’eccellenza dell’arte barocca.
Ha regalato a Genova molti capolavori, con i ritratti della famiglia Brignole e quel viso da fanciullo di Ansaldo Pallavicino del 1625, un’immagine così dolce che rincuora e i cui occhi dicono come l’arte del dipingere sia quella stella che salva l’eternità dall’oblio.
A Londra lavorò per la corte di Carlo I e lasciò innumerevoli opere, tra cui Le quattro età dell’uomo.
Fu definito un genio innovativo perché le sue opere spaziano dallo Sposalizio di santa Caterina alle scene teatrali, alla bellezza di quel cavallo bianco, fino alle teste d’uomo: tutte fanno da ponte per un connubio tra religione, sentimento e seduzione.
Non è mai tardi per conoscere più a fondo la pittura fiamminga, perché presenta dei ritratti che riportano a una concezione chiara, non senza un’allusione iconografica e talvolta privata dei visi, e che però ti lasciano un fascino sulla vita raffinata di quei secoli passati.
van Dyck è definito “l’Europeo” perché nella sua vita attraversò questo continente vivendo tutte le condizioni politiche di ogni nazione, traendo da ciò consapevolezza; riportò questo suo personale interesse proprio nella ritrattistica, modellando quei personaggi contemporanei del tempo con maestria, dipingendo la vita borghese in modo che potesse assomigliare a un linguaggio ove il fascino si confondesse con la luce e il colore in modo chiaro.
Andata e ritorno, un viaggio che vale per ripercorrere il passato, incontrare il presente e conservarlo per il futuro. Una cosa è certa: non rinunciare mai a incontrare l’arte, perché è come la poesia e altro non è che una fede.
Mostra: Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra;
dove: Palazzo Ducale – Appartamento del Doge – Genova;
quando: fino al 19 luglio 2026.
Immagine: van Dyck – autoritratto

