Antonio Sansonetti. Conservare per conoscere e conoscere per conservare

Antonio Sansonetti, laureato in chimica, specializzato in prodotti chimici per i beni culturali, metodi di conservazione delle superfici in architettura, ricercatore dell’Istituto di scienze del patrimonio culturale (Ispc) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Milano, è vincitore della quarta edizione degli Standard+Innovation Awards 2022 come Individual Researcher per la categoria ricercatori/innovatori.

abbanews.eu ha avuto il privilegio di intervistare il recente vincitore del premio europeo e in questo modo di addentrarsi nel suggestivo e articolato mondo della normazione tecnica relativa ai beni culturali. Un settore tecno-normativo di cui l’Italia è leader a livello internazionale.

Una lunga storia di opere d’arte, di conservazione dei beni culturali e di regolazione normativa, per un’armonizzazione tra fruizione del patrimonio artistico e tutela dello stesso.

Le scienze dure (chimica, fisica, biologia) possono rappresentare la scelta preliminare per chi desidera coniugare la passione scientifica con quella artistica.

Come si approda dallo studio della chimica alla ricerca e definizione di metodi di conservazione di un bene culturale?

Attualmente le scienze della conservazione rappresentano un corso di laurea interdisciplinare, ma quando mi iscrissi all’Università ancora non era stato costituito; iniziai dal mio interesse apparentemente primario, quello della chimica, ma che probabilmente avrei abbandonato se non avessi conosciuto, grazie a una mia amica, la possibilità di applicare la scienza chimica alle opere d’arte.

Nelle scienze della conservazione, si parte da un dato conoscitivo di un elemento, per esempio di un materiale lapideo e si procede all’analisi; non si se si ricorda anni fa, ci fu una querelle internazionale per un pigmento marker di colore bianco rilevato su alcuni quadri di Modigliani che erano stati realizzati con un pigmento, in uso quando Modigliani era già morto.

Le scienze dure applicate alle opere d’arte, permettono la comprensione materica del manufatto, l’intervento da attivare per la conservazione e, a volte,la stessa datazione dell’opera. Conoscere per conservare e conservare per conoscere  è il motto di chi si occupa della tutela e conservazione dei beni culturali, come sinonimo di patrimonio artistico e culturale.

Vi sono diversi profili che riguardano la conservazione dei beni culturali, sotto diversi punti di vista. Un profilo come il mio legato alle  scienze dure, così come i corsi di conservazione che si riferiscono alla preparazione del profilo del conservatore museale che si occupa di tantissimi aspetti della gestione della collezione in generale, cosi come l’allestimento delle mostre, del prestito, della movimentazione, della legislazione.

Poi esiste il corso magistrale a ciclo unico “Conservazione e Restauro dei beni culturali” che forma la figura del restauratore; l’unico titolo che abilita ad agire direttamente sulle opere. Per esempio noi studiamo i metodi di pulitura, ma non puliamo noi.

Quando abbiamo bisogno di agire su una superficie reale per testare un metodo chiamiamo un restauratore. Si tratta di corsi realizzati sia dall’Università che dalle Scuole di Alta Formazione del Ministero della Cultura, l’Opificio delle Pietre Dure e da molte accademie statali e private.

Si tratta di un corso a numero chiuso poiché in un corso di restauro il rapporto tra docenti e studenti è critico, non si possono accettare troppi studenti in un corso. Il profilo del restauratore si declina in relazione al materiale che si va a restaurare (materiale lapideo, carta, vetro…). Una professione dura, ma bellissima.

Alluvione di Firenze, evento critico, per lo sviluppo delle scienze di conservazione dei beni culturali

Dunque, come ho accennato precedentemente, ho scoperto la possibilità di coniugare la mia passione per i beni culturali con i miei studi di chimica, quando la mia amica chiese informazioni presso il Centro Conservazione Opere d’Arte intitolato a Gino Bozza.

Una storia lunga di conservazione delle opere d’arte che nasce nell’Ottocento ma che ha subito una notevole spinta propulsiva con l’alluvione di Firenze (1966), quando ci si raccolse “al capezzale” delle opere d’arte disastrate e ciascuno diede il proprio contributo. Diversi furono i chimici e fisici presenti – c’erano tanti problemi di natura fisica e chimica, come per esempio, l’umidità nelle murature. Tra gli studiosi diede un notevole impulso a questo tipo di studi  il Prof. Gino Bozza, ingegnere e fisico tecnico, rettore del Politecnico e fondatore del nostro centro.

Incontro con il Centro Conservazione Opere d’Arte Gino Bozza

Al Centro Conservazione Opere d’Arte ci suggerirono di modificare il piano di studi, scegliendo il profilo analitico-applicativo (chimica analitica), così si chiamava all’epoca. Successivamente chiesi la tesi alla Prof.ssa Giovanna Alessandrini che all’epoca dirigeva il Centro di studio sulle cause di deperimento e sui metodi di conservazione delle opere d’arte ‘Gino Bozza, istituito nel 1971 su convenzione con il Politecnico di Milano. Una tesi sull’applicazione dei metodi analitici allo studio delle malte antiche. Proseguì poi con un assegno di ricerca, ricerca che mi valse il percorso dottorale, fino al concorso per ricercatore al Cnr.

Sansonetti è presidente del CEN/TC 346 “Conservation of Cultural Heritage”, comitato tecnico per sviluppare norme tecniche sulla conservazione dei beni culturali. L’Italia presiede a livello europeo l’attività del comitato tecnico CEN/TC 346 “Conservation of Cultural Heritage” da quando è stato costituito nel 2002 su proposta italiana. Un’altra lunga storia verso la necessità di normare.

A un certo punto il Cnr capitanato dal mio ex direttore, la Prof.ssa Giovanna Alessandrini cercò la complicità dell’allora istituto Centrale per il Restauro e formarono una commissione. Se io eseguo, per esempio, delle misure perché voglio determinare quanto una determinata pietra assorbe l’acqua, a Milano ed un altro studioso in un altro laboratorio esegue la stessa misura ma con un metodo diverso, i dati raccolti non sono comparabili.

Ecco allora che è nata una commissione per standardizzare i metodi di studio, costruire delle norme e poi fornire delle linee guida. All’inizio è nata all’interno di una comunità di scienziati, c’era personale del Cnr, dell’Università di Torino, dell’Università di Trento, dell’Università dell’Aquila, e un consistente numero di restauratori.

Si fece una convocazione, per allargare la comunità. Stiamo all’inizio degli anni 70 e la prima norma è del 1980. Si chiamava Commissione NorMaL, normativa per materiali lapidei, poiché si iniziò proprio dai materiali lapidei, pietre e affini (malte, terracotta, stucchi) pietre naturali e pietre artificiali.

Il comitato diventato europeo. Il CEN accoglie le normative nazionali per un’armonizzazione europea

Il Cnr e l’Ispc (Istituto di scienze del patrimonio culturale) per quanto prestigiosi non hanno la funzione istituzionale di scrivere delle norme, in Italia tale funzione è prerogativa dell’UNI (ente italiano di normazione). Verso il 2000, l’UNI si interessò a suddetto processo di normazione e accolse al suo interno una commissione beni culturali.

Nel frattempo la Prof.ssa Giovanna Alessandrini era andata in pensione e il Professore Vasco Fassina diventò coordinatore europeo, e ancora oggi è il coordinatore della parte italiana perché ogni ente di normativa nazionale afferisce al CEN (Comitato europeo di normativa), e all’ISO, comitato internazionale che non ha una sezione beni culturali.

Il CEN è una commissione europea, ma non coincide conl’Unione europea. Il CEN  recepisce le norme nazionali e se le condivide, alla luce di un dibattito scientifico, procede all’armonizzazione delle norme nazionali in ambito europeo perché poi quando sono accolte dal CEN hanno valore in tutta Europa. Attualmente io sono il coordinatore e la segreteria è italiana.

Stato dell’arte delle norme CEN. Norme e linee guida, ma attenzione “non si può normare l’intervento conservativo”.

Ci sono sia norme che linee guida rispetto ai metodi di intervento sulle opere d’arte. Ci sono letture diverse che il CEN può proporre. Nel nostro campo normare è una questione particolare. Vige una legge non scritta per la quale ogni caso è un caso a sé; se un edificio è stato danneggiato in modo differente i metodi di studio sono diversi, in funzione del tipo di danno. Abbiamo a che fare con materiali diversi, tecniche diverse. Non si può normare l’intervento conservativo. Si normano i metodi di studio, e si forniscono linee guida sui metodi di intervento.

Facciamo un esempio. Interventi senza danni per le opere d’arte

C’è un sistema di pulitura abbastanza innovativo con il quale sono partito nella mia carriera scientifica che usa strumentazione laser; ora quando il restauratore si vede recapitare questo strumento con un contenuto tecnologico altamente avanzato, che cosa deve sapere? Quali i parametri che deve conoscere per effettuare una pulitura efficace, senza arrecare danno?

Dato che noi puliamo capolavori (recentemente è stato pulito il Mosè di Michelangelo con metodi diversi dal laser) non ci si può permettere di compiere danni.

Formazione e disseminazione delle norme e delle linee guida del CEN

Le linee guida sono pubblicate sui siti dell’UNI e del CEN con la possibilità di acquisto. Parallelamente si realizzano corsi di formazione e presentazione. Il nostro lavoro come membri delle commissioni è gratuito, noi operiamo per amore della scienza e per intraprendere un percorso che ci sembra necessario, è quello che noi chiamiamo disseminazione e che fa parte del nostro percorso scientifico.

Noi lo facciamo volentieri perché abbiamo questo ruolo istituzionale, ma coinvolgere in queste attività dei professionisti che hanno una loro impresa, è molto difficile poiché si tratta di persone che devono investire il proprio tempo, di cui spesso sono carenti, in quanto imprenditori di loro stessi.

Spesso questa attività presso i privati è manchevole, mentre noi la vorremmo più solida. La nostra opera di disseminazione è più frequente tra i restauratori, dipendenti del Ministero della Cultura.

Cerchiamo inoltre di coinvolgere associazioni di settore, come l’Associazione delle biblioteche europee  ed ECCO (European Confederation of Conservator-Restorers Organisations), associazione europea dei restauratori.

Non solo materiali lapidei. Le tendenze “di moda” della scienza

La maggior parte delle norme e delle linee guida verte sui materiali lapidei per varie ragioni. Si tratta di un patrimonio molto esteso su cui si opera in maniera complessa, attraverso una squadra multidisciplinare di persone: progettista, proprietario dell’edificio, organo di tutela; per gli altri settori l’operato è più circoscritto.

Dal punto di vista di supporto scientifico, se si fa una ricognizione la letteratura scientifica a supporto dei materiali lapidei, è molto ampia.

Tuttavia nella scienza esiste anche una componente di casualità, o semplicemente “di moda”. Ora sembra che ci si stia muovendo in particolare sui materiali plastici, poiché ci sono tante collezioni realizzate con la plastica, noi abbiamo un progetto con il Museo di Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano (conosciuto familiarmente a Milano come Museo della Scienza), in merito alle loro collezioni realizzate con i più diversi polimeri, degli anni 30, 20 del secolo scorso, e anche precedenti.

Le plastiche hanno necessità di essere conosciute (sono diverse tra loro) e conservate. In alcuni casi sono problemi drammatici. Con il tempo si contorcono, si essiccano, sudano, “ne fanno di tutti i colori”; ci sono delle borsette che sono perdute perché si sono contorte, fratturate, non possono essere esposte e la storia della moda e del design sta perdono oggetti importanti.

Gli oggetti di plastica rappresentano un patrimonio culturale a tutti gli effetti, testimonianza artistica e tecnologica di un’epoca.

Le parole per dirlo. Un problema di comunicazione che rientra tra le attività di normazione

Una questione da non sottovalutare nel campo della normazione è la questione lessicale. Per comprenderci durante le varie fasi del processo di conservazione, è necessario stabilire un linguaggio condiviso.

Per esempio, se io dico che questa superficie è sporca perché ha un deposito, e non ci si intende sul termine deposito, il processo di studio e applicativo è molto più complesso e soggetto a fraintendimenti concettuali e operativi, cause potenziali di errata progettazione dell’intervento conservativo.

Quando diciamo deposito, crosta nera, incrostazione, fessurazione, dobbiamo intendere la stessa cosa perché così affronteremo l’intervento nella maniera più corretta.

Ogni operatore coinvolto nel processo conservativo dei beni culturali possiede una propria terminologia; pensiamo al linguaggio del chimico, del restauratore, dello storico dell’arte…

Alla questione “nazionale” si aggiunge quella interculturale. Il lavoro di traduzione è fatto dal CEN in modalità bidirezionale. Norme nazionali che vengono recepite, eventualmente modificate, rinominate e tradotte nelle 4 lingue ufficiali del CEN: inglese, francese, spagnolo e tedesco.

Nel processo inverso, la nazione procede a tradurre la norma europea, a volte, con il rischio di scorrettezze lessicali, dovute alla complessità terminologica.

Dal generale al particolare. Norme altamente settoriali. Prima i lavori scientifici e poi le norme.

Ci sono norme altamente settoriali. Per esempio c’è una norma che indica come si valuta la porosità di un materiale lapideo, che è un parametro molto importante da conoscere per la sua conservazione, perché le pietre sono porose. Come esprimo questa porosità?

Esiste una letteratura scientifica molto vasta in merito, così come le norme relative, ma le norme vengono sempre dopo i lavori scientifici. I lavori scientifici vengono prima delle norme.

La scienza deve essere libera di esaminare il mondo naturale nell’ambito della libertà dello scienziato, adottando il metodo scientifico che impone numerosi comportamenti di correttezza e di opportunità.

Se la ricerca viene pubblicata, i dati vengono condivisi con la comunità scientifica e il processo della normazione può attivarsi. I gruppi di normativa esaminano la letteratura scientifica, e la usano come background su cui costruire la norma, chiamando gli esperti del settore che suggeriscono come “costruire” la norma.

Ricerca e innovazione alla base del Premio Standard Innovation

L’UNI mi ha proposto di presentare la mia candidatura. Ogni ente di normativa propone un profilo, ho dovuto scrivere una pagina di presentazione sui miei principali filoni di ricerca.

In particolare, mi occupo di pitture murali, di sistemi di pulitura e di malte; il supporto di pittura murale è quasi sempre una malta su cui si applica il colore, il pigmento.

Tornando alla questione terminologica, la pittura murale è comunemente conosciute come affresco, ma l’affresco è una tecnica particolare della pittura murale. Per esempio, Il cenacolo” di Leonardo, a cui abbiamo lavorato, deve la sua condizione di precarietà conservativa proprio al fatto che non è un affresco.

Ambiente condizionato per le pitture murali. Ambienti aperti, “preda” degli agenti inquinanti.

Dipendono dal fatto che la pittura murale può essere condizionata solo in parte, rispetto all’ambiente in cui si trova; il dipinto “La Gioconda”, per esempio, è conservata in una teca climatizzata, nel caso del Cenacolo si può condizionare l’ambiente solo nella parte frontale, ma non in toto poiché la parete “pesca” dal terreno, da dove possono salire umidità, sali solubili, un ambiente molto difficile da condizionare e da conservare.

In linguaggio tecnico si dice che la pittura murale si trova in un ambiente di conservazione aperto: gli agenti di degrado possono compiere diversi percorsi per realizzare il loro lavoro di deterioramento che noi vorremmo bloccare.

Un altro esempio di ottimale ambiente condizionato è la conservazione della Magna Charta (1215) presso la British Library in una teca altamente condizionata, a cui è stata tolta l’aria ed è stato inserito solo azoto in quanto gas totalmente inerte (un gas inerte è un gas che non ha reazioni chimiche con il suo ambiente e, pertanto non ne altera le condizioni ndr).

In quelle condizioni i nostri pronipoti potranno godere della Magna Charta, non so se sarà lo stesso per Il Cenacolo di Leonardo.

Attualmente possono entrare a visitare Il Cenacolo solo un numero ristretto di persone alla volta, perché le persone non entrano direttamente nel refettorio, ma compiono un percorso laterale, per limitare l’entrata di aria esterna che non si può condizionare.

Ogni volta che entra l’aria, entrano inquinanti che vengono portati anche dalle stesse persone, capelli, cappotti… I visitatori sono soggetti a una leggera spazzolatura d’aria, per una sorta di “pulitura”.  Non parliamo dei danni potenziali delle orde dei visitatori che ogni anno visitano la Cappella Sistina o le pittura di Raffaello in Vaticano.

Armonizzazione tra conservazione e accesso al patrimonio artistico

Accesso e fruizione del patrimonio artistico, rappresentano la sfida della conservazione dei beni culturali. L’art. 9 della Costituzione garantisce la tutela del paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione, pertanto si tratto di un bene comune. L’Italia ha ereditato un patrimonio che è di tutta l’umanità, non soltanto degli italiani.

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