Twitter vs Odio e violenza: riflessioni

La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta”. Theodor Adorno

Twitter minaccia sospensioni o cancellazioni dei propri utenti in nome della libertà di espressione.

Dopo un 2015 nel quale il social network che cinguetta ha più volte messo mano alle proprie politiche di controllo e analisi dei contenuti postati dai propri utenti in nome di una lotta agli abusi e alle violenze, ecco un  refresh della netiquette, ovvero delle regole di condotta, che inasprisce notevolmente il divieto assoluto di minacce e di incitazioni alla violenza da parte dei propri utenti.

Secondo le nuove regole, infatti, il social network si riserva la possibilità di sospendere qualsiasi account che istighi o che inciti esplicitamente all’odio. Nelle regole pubblicate nero su bianco (o meglio, pixel nero su pixel bianco) Twitter spiega con dovizia di particolari quali comportamento siano ravvisabili comecondotta detestabile”, da non tenere pena la sospensione o addirittura l’espulsione dal social: “Gli utenti – vi si legge – non possono promuovere la violenza contro una persona o attaccarla direttamente o minacciare altre persone in base a razza, etnia, origine nazionale, orientamento sessuale, sesso, identità sessuale, religione, età, disabilità o malattia“. Questo capoverso, introdotto con l’ultimo aggiornamento delle regole, fa da spalla e d’apertura al capitolo nel quale si ravvedono anche altri comportamenti “detestabili”, quali: gli abusi e le molestie, l’incitamento all’autolesionismo, la pubblicazione di informazioni private, l’impersonificazione.

twitterOra: Twitter spiega con dovizia di particolari che questo continuo aggiornamento delle regole di comportamento imposte ai propri utenti ha lo scopo primario di salvaguardarne la libertà d’espressione” (come ha scritto nel post che ha introdotto le nuove regole Megan Cristina, direttore della sicurezza del social). Il che fa rientrare questo come molti aspetti del nostro vivere quotidiano iperconnesso e ipermediasocializzato nel più classico degli scontri: regole vs libertà.

Perché è tutto vero e sacrosanto: senza regole, in una comunità che potenzialmente può annoverare milioni di persone cinguettanti al suo interno, il pericolo di imbattersi in contenuti detestabili c’è, in commenti cioè senza contorni etici che invadono il palcoscenico multimediale così come in persone che manipolino le funzionalità tecniche dello strumento di comunicazione sino a farlo diventare un inferno per gli altri utenti. Il che, in una comunità così grande, può anche essere un pervasivo, osceno e urticante sistema di offesa, minaccia, odio, rancore.

Ma è altrettanto vero che, in un mondo nel quale molti governi (istituzioni pubbliche e tendenzialmente democratiche) chiedono esplicitamente ai social network (fin qui sempre e comunque aziende private di diritto privato) di “aumentare la vigilanza”, prendendo come giustificazione eventi terroristici si potrebbe correre il rischio di un eccessivo controllo da parte dei governi.

Forse, sarebbe meglio profondere richieste di riflessione su questo tema, aggiornando la netiquette della nostra società ipermediata in maniera pubblica e discorsiva.

Anche perché dobbiamo salvaguardare la nostra vigilanza. Questo stato di cose “terroristico” nel quel siamo costretti a vivere ci sta piano piano convincendo della inevitabilità del controllo sulla nostra libertà. E abituare un corpo di cittadini alla censura, alla sospensione e all’esclusione delle idee, soprattutto in un mondo nel quale moltissima della comunicazione pubblica sta oramai correndo su canali privati, può inibire la stessa capacità di espressione, sempre nei limiti del rispetto dell’altro.

 

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