Contro la discriminazione della memoria: le pittrici del Seicento
La discriminazione della memoria – Tra le grandi pittrici del Seicento, un posto di assoluto rilievo spetta a Elisabetta Sirani, non solo per il suo talento artistico – che comprendeva anche l’incisione – ma soprattutto per essere stata, con ogni probabilità, la prima donna in Europa a fondare e dirigere una scuola di pittura femminile: l’Accademia del Disegno.
Nata a Bologna l’8 gennaio 1638, Elisabetta Sirani era figlia di Giovanni Andrea Sirani, artista affermato, primo assistente di Guido Reni e suo mentore. Primogenita di quattro figli, subentrò giovanissima al padre nella gestione della casa-studio quando questi fu costretto ad abbandonare l’attività a causa di problemi di salute.
Ammessa all’Accademia di San Luca nel 1660, nel 1662 Elisabetta assunse la direzione dello studio paterno, diventando capofamiglia e pittrice celebre e apprezzata dalla critica contemporanea.
La vastissima produzione artistica e la discontinuità stilistica di alcune opere – dovuta anche agli interventi delle allieve – testimoniano la vitalità della bottega e dell’Accademia Sirani, vero laboratorio di formazione e sperimentazione al femminile.
Tra le opere più celebri, spesso autografate singolarmente (con ricami o con piccoli autoritratti) quasi a rivendicare la paternità artistica, si ricordano Giuditta trionfante (1658), oggi alla Burghley House di Stamford, e Timoclea che getta il capitano di Alessandro Magno in un pozzo (1659), conservata al Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli, entrambe commissionate al banchiere bolognese Andrea Cattalani. A queste si aggiunge Porzia che si ferisce alla coscia (1664), oggi presso la Fondazione Carisbo di Bologna.
Ottima maestra, Sirani ebbe tra le sue allieve Ginevra Cantofoli, il cui nome fu coinvolto, in seguito, in oscure ricostruzioni riprese nell’ Ottocento. Alcune fonti la indicarono, insieme al padre Giovanni Andrea e alla domestica Lucia Tolomelli, come possibile responsabile della morte improvvisa di Elisabetta, avvenuta il 28 agosto 1665, a soli 27 anni. Nessuno dei sospettati fu mai accusato formalmente e la causa ufficiale della morte venne attribuita a una peritonite. Il mistero, tuttavia, non è mai stato del tutto chiarito.
Fu sepolta accanto a Guido Reni, nel sepolcro della famiglia Guidotti, nella Basilica di San Domenico a Bologna. Le esequie furono solenni: Giovanni Luigi Piccinardi pronunciò l’orazione funebre, poi pubblicata con il titolo Il pennello lacrimato, mentre Bartolomeo Zanicchelli ne realizzò il ritratto post mortem.
Inserita a pieno titolo nella Scuola bolognese di pittura, che tra XVI e XVII secolo ebbe il suo centro tra Bologna e Roma, Sirani condivise il destino di molte colleghe: nonostante la fama raggiunta in vita, fu a lungo relegata ai margini della storiografia artistica, confinata nelle bibliografie specialistiche o nella memoria locale. Solo nel Novecento iniziò una progressiva riscoperta della sua opera.
Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento
A questo percorso di recupero della memoria appartiene la mostra Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento, in corso alle Gallerie d’Italia – Napoli, polo museale di Intesa Sanpaolo. L’esposizione si inserisce in un progetto di studi volto a sottrarre le artiste alla discriminazione della memoria e a restituire loro il giusto riconoscimento storico.
Curata da Antonio Ernesto Denunzio, Raffaella Morselli, Giuseppe Porzio ed Eve Straussman Pflanzer, la mostra prende avvio dal periodo napoletano di Artemisia Gentileschi per allargare lo sguardo alle altre protagoniste del Seicento partenopeo, un’epoca di straordinaria fioritura culturale. Un altro Seicento, è forse un’altra scuola, come suggerisce il titolo, in dialogo ideale con la più nota tradizione bolognese.
Accanto a opere inedite in Italia di Artemisia Gentileschi e ai dipinti di artiste attive a Napoli ma provenienti da altre città – come la bolognese Lavinia Fontana (1552 – 1614) e la milanese Fede Galizia (1578 – 1630), – emergono figure meno note ma di grande interesse, protagoniste della Napoli spagnola.
Tra queste, la miniatrice tardo barocca Teresa Del Po (1649 – 1713), la ceroplasta Caterina De Julianis (1670 -1742), che contribuì alla diffusione in Spagna della tradizione teatrale partenopea, e la scultrice andalusa Luisa Roldán (1652 – 1706).
Molte di queste artiste, capaci di ottenere una fortuna professionale paragonabile a quella maschile e di lavorare presso le principali corti europee, condivisero un elemento comune: l’insegnamento e la protezione dei padri, spesso accompagnati da sentimenti di rivalità e gelosia quando le figlie raggiungevano o superavano il loro livello artistico. Accadde alla stessa Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio e, probabilmente, a Elisabetta Sirani.
Donne nella Napoli spagnola. Un altro Seicento, visitabile fino al 22 marzo 2026 aggiunge così un capitolo fondamentale alla storia dell’arte femminile. Un percorso ancora aperto, che invita a continuare la ricerca e l’approfondimento per ricomporre biografie esistenziali e dignità artistiche.
Immagine: Bologna, Fondazione Carisbo: dipinto di Elisabetta Sirani ‘Porzia che si ferisce alla coscia’, 1664 – photo by wikipedia.org

