Calcio italiano. La crisi non è questione di divani

Il calcio italiano è in crisi. Profonda. A raccontarlo non sono tanto – come hanno scritto tanti colleghi delle testate sportive – i risultati nelle coppe europee (anche perché altrimenti l’anno scorso con una finalista di Champions e due semifinaliste di Europa League, che dovevamo dire: “Va tutto bene!”?), quanto un’emorragia. Inesorabile. Verticale. L’emorragia dell’attenzione.

Perché il calcio italiano, agli italiani, interessa sempre meno. Il dato, ripreso da uno studio Demos e presentato da un corposo articolo di Ilvo Diamanti per le sue “Mappe“, è lampante. Basta guardare i numeri degli ascolti TV.

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Perché mentre gli stadi negli ultimi decenni si svuotavano inesorabilmente (l’indice di riempimento degli impianti nostrani è il più basso tra i grandi campionati continentali) ci siamo sempre raccontati che non era disaffezione, no: era un problema commerciale di offerta.

L’offerta televisiva (tecnologicamente scintillante, con iperattività, alta definizione e cronisti divertenti) sembrava troppo, troppo superiore al catino logoro di stadi vecchi incapaci di offrire comfort, divertimento, vicinanza all’azione. Quindi, abbiamo assistito alla disaffezione agli stadi reali dando per scontato il contemporaneo riempimento degli stadi ipermediali, riassumibile nella frase “Il divano è meglio della tribuna“.

Ebbene, non è così. Negli ultimi anni gli stadi televisivi vedono girare sempre meno i propri tornelli. E dire che, in quel mentre, l’offerta tecnologica si è anche ulteriormente attrezzata e migliorata. Perché i televisori ipermegabelli costano sempre meno, le riprese sono sempre più affascinanti (con robottini che volano, rincorrono, corrono per supportare l’occhio umano dell’operatore), e  soprattutto perché il mercato si è sempre più riempito di un valore capitalisticamente salvifico: la concorrenza.

Il monopolio della visione a pagamento del vettore satellitare (Sky) è stato inesorabilmente logorato dall’offerta sempre più accattivante dell’operatore del digitale terrestre (Mediaset Premium). Con conseguente abbassamento dei costi sia degli abbonamenti che della dotazione tecnologica necessaria.

Insomma: negli ultimi anni, da un punto di vista prettamente mercantilistico, c’erano tutte le condizioni per assistere ad un vero e proprio boom. E invece, no.

calcio italiano stadio vuoto 2

 

Facciamo parlare i numeri

Le prime 25 giornate della stagione 2013/2014 sono state baciate dalla visione di 239.933.874 spettatori (ovviamente, non sono utenti unici, ma – come si fa di solito in televisione – la somma aritmetica delle persone che hanno seguito tutte le partite). Ebbene: le medesime giornate della 2015/2016 sono state guardate da 204.643.914 spettatori. Un crollo. L’8% in meno. E spacchettando i dati l’emorragia si aggrava. Perché è evidente quanto stia accelerando. Se il calo dal 2013/14 al 2014/15 si attesta su un 4%, il raffronto tra la 2014/15 e la 2015/16 parla di un precipizio pari all’11% in meno di spettatori.

Lo studio Demos, impegnato a spacchettare e rimpacchettare i dati ufficiali dell’Auditel, fa anche un gioco di colori. Considerando, cioè, i colori delle maglie delle squadre, raffronta e confronta i dati delle compagini di vertice. Che crollano tutte negli ascolti. Facendo un confronto ancora tra le prime 25 giornate dei rispettivi campionati (in modo da poter considerare i dati anche di quest’anno), il Milan dalla stagione 2011/2012 alla stagione 2015/2016 ha perso qualcosa come 9milioni e mezzo di spettatori. La Juve stravincente non sta molto meglio: -7.2milioni di spettatori. La Roma dalla 2014/15 alla 2015/16 perde 6milioni di spettatori, il Napoli dalla 11/12 alla 15/16 2milioni e mezzo  e l’Inter 1 milione di spettatori.

A questo punto viene da domandarsi: “Perché?”

Indubbiamente, lo spettacolo è andato scemando. Campioni, dalle nostre parti, se ne vedono sempre meno. La Nazionale pesca dalle panchine, e spesso cerca all’estero per beccare calciatori azzurri in qualche modo (forse) degni di nota. Le piccole sono sempre più piccole. E manca la fascia intermedia. Tutti problemi che, chi segue questo sport, sa benissimo, parlandone tutti i giorni con colleghi e amici. Ma non solo.

C’è anche e soprattutto una disaffezione morale, una diffidente laicità verso una fede, quella calcistica, che sta inesorabilmente perdendo valore, avvilita e annichilita dagli scandali, dalle manfrine, dalle penalità. Sempre lì, tra colleghi ed amici, capita sempre più spesso di sentirsi rispondere: “Ma perché, te sei così scemo da seguirlo ancora il calcio?”.

E ancora una volta ci viene a dare una mano lo studio Demos. Che affianca ai dati degli ascolti un proprio sondaggio, effettuato nel settembre del 2015, che chiedeva agli italiani di dare un giudizio appunto di valore (inteso nel senso morale del termine) sul proprio calcio.

calcio italiano stadio vuoto

“Rispetto a 10 anni fa – chiedevano gli intervistatori al proprio campione sociale – secondo lei quanto il campionato è condizionato dalle scommesse?”. Il 53% (maggioranza assoluta) rispose: “E’ più condizionato!“. “E – incalzavano gli intervistatori – dalla corruzione?”. Il 42% (maggioranza relativa) rispose ancora: “Di più di allora!”. “E dalla criminalità organizzata?”. Ancora il 42% (ancora la maggioranza relativa): “Di più sicuramente!”. “Invece, per finire – concludevano gli intervistatori la loro ridda di domande – rispetto a 10 anni fa il nostro campionato è più o meno credibile e pulito?”. Qui chi ha risposto “Di più” è stato – triste e solo – il 15%.

E pensare, che dieci anni esatti fa vincevamo il Campionato del Mondo. E, soprattutto, pensare che dieci anni fa imperversava Calciopoli…

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