Yinka Shonibare. Sfottò e scambi di storia e di arte

Il tratto distintivo della produzione artistica del poliedrico anglo nigeriano Yinka Shonibare è l’utilizzo del tessuto Ankara, cotone con sgargianti disegni batik stampati a cera, molto comune nell’abbigliamento dell’Africa occidentale e centrale.

Due date, due anniversari tondi a simbolo del percorso espressivo del mondialmente famoso Shonibare: 1994 vede la luce la serie Double Dutch, piccoli dipinti che imitano le stampe del tessuto; 2014 la monumentale installazione The British Library, composta da 6.328 libri, con copertina rigida ricoperta dal famoso tessuto.

In Double Dutch, Shonibare sfotte il movimento artistico minimalista che si basa sulle semplici forme geometriche, griglie e ripetizioni, a sua parere criticamente sopravvalutato e, di conseguenza, paradossalmente costoso.

In The British Library – esposta al Tate di Londra e poi ospitata in molti altri musei – i libri hanno la copertina foderata con il tessuto e recano nomi di immigrati di prima e/o seconda generazione, nomi di oppositori al fenomeno migratorio, mentre altri volumi, privi di nome si si riferiscono ai flussi immigratori in essere o futuri, quindi ancora da scrivere.

Nell’insieme la monumentale installazione vuole mettere in risalto il carattere multietnico londinese. Carattere derivante soprattutto dalla colonizzazione dell’Impero Britannico che vide il suo culmine nell’epoca vittoriana.

Nei dieci anni che intercorrono le due opere citate,  Shonibare, per evidenziare lo scontro e le contraddizioni delle narrazioni, utilizza i tessuti africani  – ma come vedremo di seguito , di origine olandese (Impero coloniale olandese XVII – XX) -, per vestire una serie di manichini – alcuni con mani ma senza testa –  con fogge tipiche della moda dell’aristocrazia inglese dell’Ottocento, esposte al MOMA di New York.   Palese l’intenzione di rivendicazione e derisione ma anche il rilievo che l’autore pone all’infinito ciclo di appropriazione e riappropriazione, avvenute tra le diverse civiltà nel corso della Storia.

Nel 2003 in Scramble for Africa, i manichini senza testa con le ironiche e sfarzose vesti seduti  intorno a un tavolo rievocano la Conferenza di Berlino (1884 – 1885), quando i leader europei si spartirono i territori africani.

Ancora una rilettura di un avvenimento del passato che riflette i nostri tempi e, quindi, l’accento sulla ripetizione dell’agire umano: “Mentre realizzavo Scramble for Africa pensavo davvero all’imperialismo americano e alla necessità in Occidente di risorse come il petrolio e a come ciò prevenga l’annessione di diverse parti del mondo” commenterà poi Shonibare.

Perché il tessuto Ankara

Il tessuto Ankara fu introdotto in Africa dai mercanti olandesi nel XIX secolo. Ben presto i disegni originari ispirati dai nativi indonesiani, vennero adattati ai gusti africani e la sua denominazione, Ankara, deriva dal termine in lingua hausa (appartenente al gruppo degli idiomi afro-asiatiche) Accra, la capitale dell’attuale Ghana, polo per le stampe africane dell’Ottocento.

Le stampe sono considera un tipo di comunicazione non verbale tra le donne africane, come se portassero i loro messaggi nel mondo e il mondo lo considera tessuto tradizionale  del grande continente.  Ma una lettura più approfondita della sua storia ne rileva un carattere ambivalente.

L’Ankara non a caso è detto anche Dutch Wax Print .a denunciarne l’originaria produzione olandese, volutamente su larga scala, in un primo tempo destinata al mercato asiatico – da cui i disegni batik –  che però respinse, proprio perché prodotto d’importazione.

Fu allora che gli olandesi, alla ricerca di un nuovo mercato per ammortizzare gli impianti industriali,  si rivolse a quello africano, partendo dall’Africa occidentale da dove poi il tessuto si diffuse in tutto il continente con motivi che riprendevano quelli tradizionali, diversi da regione a regione.

 Ambivalenza e contraddizione

Sebbene il tessuto sia con il tempo diventato un simbolo del continente postcoloniale, secondo the collector.com  la sua accettazione nella stessa Africa è tutt’ora controversa, posto che per alcuni rappresenta comunque un’imposizione occidentale, per altri l’Ankara è rivendicato e trasformato in un’espressione di potere continentale.

Per Yinka Shonibare, intenzionato a incentrare la sua produzione artistica sul colonialismo e post colonialismo nell’ambito contemporaneo della globalizzazione, l’ambivalenza storica dell’Ankara è stato ed è lo strumento ideale.

Yinka Shonibare

Nato a Londra il 9 agosto 1962, a 3 anni i genitori tornano a Lagos, in Nigeria, dove Yinka cresce fino all’età di 17, quando decide di tornare nel Regno Unito per continuare gli studi.

Ma a 18 anni contrae la mielite trasversa che gli paralizza una parte del corpo. La malattia non gli impedisce di iscriversi presso l’attuale Central Martins College of Art and Design e, quindi, alla Goldsmiths, University of London, dove ottiene l’MFA degree (Master of Fine Arts), laureandosi come parte della generazione dei Young British Artists.

Terminati gli studi Shonibare lavora come responsabile dello sviluppo delle arti per Shape Ars, organizzazione che insegna arte alle persone disabili.

Per la sua mobilità limitata l’artista impiega un gruppo di assistenti che sotto la sua direzione collaborano nella realizzazione delle sue opere, una delle quali, la Wind Sculpture VII, dal 2016 è installata permanentemente dinanzi al Smithsonian’s National Museum of African Art (NMAA) a Washington, DC.

Guest Projects Digital. Senza barriere fisiche e culturali

A lungo  Shonibare ha reso il suo studio, in una ex fabbrica nell’East London, luogo di residenza e sede espositiva per giovani artisti di grande talento ma scarse possibilità economiche, facendone dal 2006 al 2020 la sede del Guest Projects Space, con offerte gratuite di programmi di formazione professionale multidisciplinari per creativi all’inizio della loro carriera e della diaspora africana, presto diventato una fucina di idee, un laboratorio per sperimentazioni artistiche.

Dopo la crisi globale del Covid, Guest Projects ha lasciato lo spazio fisico, concentrandosi sull’abilitazione e il supporto digitale per la creazione di nuove opere, sulla sperimentazione di idee, sul mentoring, sulla programmazione creativa e sul coinvolgimento della comunità online.

Guest Projects Digital,  la piattaforma creata da Shonibare attraverso la sua Fondazione, continua a supportare gli artisti attraverso le risorse digitali e online “indipendentemente dalle barriere fisiche e culturali” promuovendo la collaborazione e la sperimentazione.

Il sito yinkashonibare.com, ad accesso gratuito, offre una galleria accurata galleria con correlata spiegazione di  molte delle opere, alcune molto recenti, dell’artista anglo-nigeriano.

 

Immagini: 1) The British library; 2) Scramble for Africa, 2003; 2) l’artista Yinka Shonibare nel 2012 – photos by wikimedia.org

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