Il Festival di Sanremo 22. Secondo l’Accademia della Crusca

Lorenzo Coveri, professore ordinario di Linguistica italiana all’Università di Genova e accademico della Crusca ogni anno sulla pagina Facebook dell’istituzione  compila schede – e stila pagelle – sulla lingua delle canzoni del Festival di Sanremo.

Un resoconto generale il professore lo traccia, invece, nell’intervista rilasciata al sito lamialiguria.it.

La rivoluzione nella lingua delle canzoni

L’italiano della lingua musicale leggera italiana e, quindi, quello del Festival, dopo essere rimasto uguale a sé stesso per molto tempo, negli ultimi tempi, secondo il Prof, mostra che “qualcosa è cambiato”.

Un rivoluzionario fu Domenico Modugno e i cantautori degli anni Sessanta e Settanta che sconvolsero “un italiano convenzionale, coincidente con la canzonetta di un tempo, ancien régime: rime baciate, monosillabi e parole tronche in fine di verso, inversioni sintattiche, lessico aulico” che formava la tipica canzone sanremese.

Negli anni Settanta e Ottanta si registrò una crisi che si pensava avrebbe decretato la fine dalla kermesse sanremese. Poi il suo rilancio negli anni Novanta, anche per rispondere alle richieste del mercato discografico; rilancio ripreso e confermato nel XXI secolo con l’avvento dei talent e dei social.

Dal punto di vista linguistico per il nostro Prof, l’edizione 2021 “è stata più interessante dell’odierna perché i testi delle canzoni si distaccavano dai soliti modelli”. Il festival attuale conferma le novità dell’anno scorso, con  un “ linguaggio e sempre più vicino a quello parlato. Un lessico colloquiale molto lontano dalle rime baciate, dalle ‘canzonette’ che non ci sono quasi più”.

“La canzone stessa di Gianni Morandi, uno dei ‘senatori del gruppo’ è molto moderna perché è stata scritta da Lorenzo Jovanotti e si sente. Questo fa molto riflettere sulla differenza tra gli autori della canzone e chi poi la canta. Molti degli autori sono giovanissimi e questo cambia le cose. Davide Petrella, ad esempio, ha scritto il testo di Giusi FerreriAchille LauroEmma ed ElisaAlessandro La Cava, invece, che ha appena 21 anni, (ma è già stato autore di una hit di quest’estate come Malibu, cantata da San Giovanni, il brano più ascoltato lo scorso anno) ha scritto per RkomiNoemiSan Giovanni e Matteo Romano”.

Canta come parli. Parolacce ‘desemantizzate’ e forestierismi 

Andiamo  verso una consonanza tra il linguaggio della canzone e l’italiano dell’uso medio-basso”.

“ Canti come parli” è il diktat anche per le canzoni di Sanremo e, quindi, sono tante le parolacce ma “desemantizzate” cioè usate quando ormai hanno perduto del tutto il loro significato originario. In Elisa troviamo “Ho fatto casino…” in cui questa parola è usata senza il suo significato, casi simili anche in Noemi, “Sono quella stronza” o “fanculo” in Achille Lauro. Ormai fanno parte dell’italiano parlato: a forza di pronunciarle queste parole hanno perso tutto il loro significato tanto che vengono usate come quantificatori, come disse qualche anno fa il grande linguista Tullio De Mauro”.

E come nel linguaggio ordinario non mancano i “forestierismi”. “Se qualche anno fa Gabbani portò al Festival il sanscrito con “Namaste”, ora Highsnob e Hu cantano lo “shibari” (una tecnica erotica orientale di bondage); ci sono ispanismi, come “America latina cubalibre” nella canzone di Ana Mena e parecchi “anglismi di routine”, parole cui ormai siamo abituati, come “overdose” e altri. Più originale Achille Lauro che parla della vita come di un “roller coaster” (le montagne russe). In molte canzoni c’è “Baby”, parola che la musica ha ereditato da Fred Buscaglione e dal mondo dei gialli hard boiled. Da notare anche le citazioni di altre canzoni: alcune sono esplicite (Achille Lauro cita Edoardo Vianello quando canta “guarda come dondolo”) altre no, direi più “preterintenzionali”, cioè si sentono nell’aria echi di Baglioni, di Lucio Battisti, Gianna Nannini (“le nostre parole / sono diventate armi in mano a dei bambini; la mia condanna camera a gas”, Highsnob e Hu). Ma non sono copiature, bensì contributi: un linguista, Eligio Ciabattoni, dice che le citazioni sono “sintomi d’amore”. Si trovano poi molti di quelli che i linguisti chiamano “malapropismi”, cioè le accoppiate nome + aggettivo errate a livello semantico, come nella canzone di Le Vibrazioni tipici del linguaggio giovanile”.

I nomi dei cantanti. Degni dell’enigmistica. Ma la semiologia ci viene in aiuto

Destano attenzione la stranezza dei nomi dei cantanti. “Parecchi richiedono una spiegazione quasi degna dell’enigmistica” commenta Coversi, ma la semiologia ci viene in aiuto. Ci sono nomi come Yuman che sarebbe la crasi, il collage, tra “Yuri + human”. Poi Rkomi che è improunciabile (in italiano non abbiamo sillabe composte solo da consonanti), ma in realtà è un anagramma della pronuncia al contrario del suo nome “Mirko”. Ma c’è un segreto: Rkomi si rifà all’argot parigino, il verlan, parola che è il contrario di “l’envers” (al rovescio), un gergo noto dall’inizio del ‘900 che ora hanno scoperto anche a Milano. Anche Irama è un anagramma di “Maria” che però significa anche “ritmo” in lingua malese. Per la prima volta si ricorre a giochi linguistici come Aka 7even in cui si vede l’influsso della scrittura digitale: c’è l’acronimo aka (also known as) e la scrittura “leet” cioè l’uso di caratteri non alfabetici somiglianti al posto delle normali lettere.
E se Highsnob sarebbe tratto da una rivista di street fashon, Hu è una divinità orientale genderless.
Ci sono poi due casi molto interessanti: “Ditonellapiaga” e “La Rappresentante di Lista”: qui è addirittura una locuzione a far da pseudonimo.
Ma forse il soprannome più interessante è “Tananai”, pseudonimo di Alberto Cotta Ramusino di Cologno Monzese che usa una parola che con cui suo nonno lo chiamava “piccola peste”. Ho fatto alcune ricerche anche con dei colleghi: questa parola arriva dal dialetto, ma ha un significato gergale: sarebbe una deformazione del termine “badanai”, originario della cultura ebraica delle lingue dei grandi ghetti veneziani o romani, un misto di ebraico e dialetto. Significherebbe “recitare preghiere a bassa voce”. Da qui, con alcuni passaggi di significato, diventerebbe sinonimo di “chiasso confuso di molte persone che parlano”, “borbottio”, “fare rumore” e finirebbe per definire “piccola peste” l’autore di questo rumore molesto. Forse in ligure si direbbe “bordellusu”.

I temi? C’è una gran voglia di evasione

Gli accenni alla contemporaneità “non sono molti”, prosegue il Prof, anche se le canzoni “vanno decifrate”. La canzone di Dargen D’Amico parla di mascherine, la canzone di Matteo Romano usa il termine Virala e La Rappresentante di Lista si riferisce a una guerra mondiale “speriamo solo ipotetica”. In generale le canzoni parlano d’amore anche in senso lato, amore tossico o “Sesso occasionale” come nella canzone di Tananai. In generale nei temi si registra una gran voglia di evasione.

 

Fonti:

pagina Facebook dell’Accademia della Crusca

lamialiguria.it

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.