Castelbuono. La memoria della cose semplici

 

L’Italia dei mille castelli, delle mille cappelle inserite in quelle mura, dei mille musei allestiti all’interno, e siamo più che certi che il numero suddetto sia tale proprio per difetto, e che continua a coinvolgerci come mai prima è successo.

Sarà colpa della pandemia, di questo silenzio che interpretiamo come un peso o una colpa, di questa voglia di sapere qualcosa di più che questa Italia custodisce e che talvolta generosamente cerca di farci conoscere. Nei suoi scritti Platone cita la parole di Socrate: “Io so di non sapere” e Isaac Newton confermava questa tesi scrivendo: “Quello che sappiamo è una goccia, quello che non sappiamo è un oceano”.

E visto che oggi il tempo non ci manca, navighiamo – virtualmente- su e giù nella nostra penisola alla scoperta di borghi o piccole cittadine ove l’arte e con tutto ciò che comporta questa importante parola, ti viene incontro e, a noi, non  resta che spalancare le labbra in un OH! di meraviglia.

Castelbuono. Una goccia nell’oceano

Come sempre però è la storia dei secoli passati, quando le famiglie nobili costruivano per difesa personale o per il prestigio della loro casata i castelli che situavano sempre su alture da dove dominavano il paesaggio tutt’intorno. Proviamo quindi ad assaporare questa “goccia” a noi sconosciuta chiamata Castelbuono, e vi assicuro che l’apprezzerete senza ombra di dubbio.

C’è dunque laggiù, in provincia di Palermo, un maniero costruito nel 1316 da Francesco I  dei Ventimiglia, proprietari di molti terreni circostanti, e che custodisce la sacra reliquia del teschio di S.Anna regalata loro da Guglielmo Duca di Lorena.

La nobile famiglia ne fece una sede che accoglieva vari artisti, toscani e lombardi, che curarono l’urbanistica del territorio, tanto che al termine dei lavori il borgo assunse la caratteristica di città capitale. Nel 1701 i Serpotta ristrutturarono il castello e la cappella di S. Anna e tra i letterati che frequentarono il castello vi fu Toquato Tasso che durante il suo soggiorno fondò alcune accademie letterarie.

Come leggiamo in  relazione a Il Teatro del Tasso in Sicilia di Giovanni Isgrò: “…La corrispondenza diretta del poeta con il nostro mecenate (Giovanni III Ventimiglia ndr), peraltro molto presente nella vita politica e amministrativa isolana con prestigiosi incarichi (da pretore di Palermo a strategò di Messina a presidente del regno) dovette non poco influire sulla sua popolarità presso la classe colta siciliana”.

Fu così che i letterati isolani videro in Torquato Tasso un riferimento importante, una sorta di “siciliano onorario”, tale da illuminare la locale rinascenza in un periodo in cui i rappresentanti della cultura laica isolana continuavano ad essere ignorati dal circuito sovranazionale”.

Dalla furia della natura al bene comune

Quando i terremoti si susseguirono nel 1818-1819  molti furono i danni, crollarono campanili e cupole e venne demolito l’ultimo piano e così fu poi abbandonato Facciamo un salto in avanti e grazie ad una colletta degli abitanti il comune acquistò  nel 1920, sia il maschio che la reliquia,  per 23 mila lire salvando quindi tutta la storia in esso contenuta.  Fu trasformato in museo civico ed è così diventato uno dei più antichi esempi di bene pubblico creato da una comunità.

A cento anni di distanza i castelbuonesi hanno voluto far presente ai giovani del luogo come si può e deve sentirsi parte di una generazione che ama il territorio riproponendo un patrimonio di tradizioni e ricordi. Farlo, sì,  ma in che modo? In una location di tre stanze, adiacenti alla bellissima cappella, hanno approntato un’esposizione di oggetti della vita quotidiana. Una stanza delle meraviglie.

Ogni abitante ha donato un ricordo, un’immagine sacra, un cappello da contadino, un paiolo, un mestolo di legno, un porta inchiostro, una sega, una valigia di cartone, un piatto, un colapasta in rame, una scatola di fiammiferi, un porta candela, un abitino del battesimo, una scatola di latta, un paio di scarpe o pantofole fatte a mano, tutto risalente ai primi del novecento.

Non sono oggetti d’arte ma sono la testimonianza di ciò che è stato e non tornerà mai più. Il profumo della nostalgia di 100 anni fa. Sono tutti messaggi che dicono come anche quest’arte povera può essere messa al servizio di una cultura che ci fa conoscere l’origine dei nostri territori.

Nell’arte non dobbiamo spiegare tutto, il vedere questi oggetti è come se in essi si nascondesse un evento, un nome, una persona forse sconosciuta ma che ti conquista grazie all’immagine che noi stessi ne facciamo consapevoli che tutto ha un significato perché viene da lontano e altro non è che la misura della nostra vita.

 

 

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