Ritrovamento delle postille di Galileo all’Almagesto basileese
È sommamente interessante la scoperta delle numerose postille autografe attribuibili al padre della scienza moderna, Galileo Galilei (1564–1642), rinvenute sulla copia dell’Almagesto di Claudio Tolomeo, pubblicata a Basilea nel 1551 e conservata presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
Il ritrovamento si deve allo studioso Ivan Malara, assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano, membro del gruppo che da tempo indaga la conoscenza diretta dell’Almagesto da parte dello scienziato toscano.
Testo fondamentale per oltre un millennio da europei e islamici dai quali deriva l’intitolazione attuale
L’Almagesto, testo fondamentale dell’astronomia antica, fu composto nel II secolo d.C. da Claudio Tolomeo, matematico, geografo e astronomo, nato ad Alessandria d’Egitto intorno al 100 d.C.. Nell’opera Tolomeo espone i sistemi di calcolo matematico necessari alle osservazioni astronomiche, che costituirono per oltre un millennio il riferimento imprescindibile per gli studiosi europei e islamici.
Il titolo Almagesto, infatti, deriva dalla traduzione araba al-Majisṭī, proveniente dal nome con cui l’opera era indicata, Μεγίστη (Meghístē, – Grandissima), a sua volta connesso ai titoli originali greci Μαθηματικὴ σύνταξις (Trattato matematico) o Μεγάλη σύνταξις (Grande trattato).
Passaggio fondamentale per la condivisione di due modelli cosmologici opposti
La ricerca in corso si propone di identificare con precisione l’edizione letta da Galileo e di chiarire il ruolo che essa ebbe nel suo confronto con il De revolutionibus orbium coelestium (1543) di Niccolò Copernico. L’ipotesi di partenza è che lo studio approfondito dell’opera tolemaica abbia costituito un passaggio decisivo nell’apertura di Galileo all’eliocentrismo copernicano.
Nonostante la netta divergenza tra i due modelli cosmologici, essi condividono infatti la medesima struttura matematica e molte tecniche astronomiche comuni. Per questa ragione l’Almagesto può essere considerato una sorta di “grammatica” indispensabile per comprendere a fondo l’opera di Copernico.
Gli scritti giovanili del fisico e astronomo toscano – in particolare il De motu antiquiora (1589-1592) già dimostravano la grande confidenza con le dimostrazioni matematiche tolomaiche (Galileo afferma di aver redatto un opera di commento sull’ Almagesto, oggi andato perduto); restava da individuare, come dicevamo, su quale edizione di Tolomeo avesse studiato. Un questione cruciale, come riporta bncf.gov.it.
L’analisi paleografica e contenutistica
La risposta è emersa da un esame sistematico delle prime edizioni a stampa dell’Almagesto conservate nelle biblioteche fiorentine. Nel Fondo Magliabechiano della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze è stato individuato un volume contenente la traduzione latina delle opere di Tolomeo, riccamente annotato a margine.
L’analisi paleografica e contenutistica delle annotazioni ha rivelato una marcata corrispondenza sia con la grafia giovanile di Galileo sia con specifici passaggi dei De motu e di altre sue opere, precedenti e successive al Sidereus Nuncius (1610).
Dai fondi della Biblioteca Centrale di Firenze
La Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze conserva inoltre il Fondo Galileiano, composto da 347 manoscritti e confluito nel 1861 con l’unione della Biblioteca Palatina, cui la collezione apparteneva, con la Magliabechiana.
La scoperta di questo esemplare annotato da Galilei all’interno del Fondo Magliabechiano — nucleo originario della Biblioteca, derivato dal lascito di Antonio Magliabechi (letterato che visse a metà dal XVII al XVIII secolo), alla città di Firenze — apre nuove prospettive di ricerca, mostrando come anche raccolte apparentemente estranee ai libri di Galileo possano custodire testimonianze dirette della sua attività intellettuale.
Immagine: edizione dell’ Almagesto di Tolomeo, con le osservazioni di Galileo Galilei – ritrovamento presso il Fondo Magliabechiano – Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – photo by bncf.gov.it.

