Il talento dietro le sbarre

Una mostra a New York per far conoscere al mondo il talento e l’umanità racchiusi nelle carceri di tutto il mondo e al tempo stesso per evidenziare la mancanza di correlazione tra i tassi di criminalità e il numero dei detenuti.  Nasce così l’esposizione The writing on the wall installata a Manhattan Hight, formata da pareti che costituiscono 3 spazi – grandi quanto le celle delle prigioni – e le cui pareti sono interamente ricoperte dalle composizioni di persone di vari istituti di reclusione del mondo, ma soprattutto statunitensi, dove – spiega Baz Dreisinger, ricercatore e docente e tra gli organizzatori della mostra – sono accolti “il maggior numero di prigionieri al mondo, oltre 2,3 milioni, di cui un terzo non ancora condannato”.

Per la mostra sono state scansionate circa 2mila pagine, precisa The New York Times, di composizioni di detenuti ed ex-detenuti in Uganda, Gran Bretagna, Cina, Sudafrica, El Salvador, Norvegia, Australia e Brasile, tutti Paesi dove Baz Dreisinger ha insegnato.  Il materiale è composto da lettere, poesie, elaborati sulla femminilità fino a una graphic novel disegnata a mano, ma soprattutto testi politici che esprimono idee su come migliorare il sistema carcerario. Nessuno sa meglio dei detenuti come riparare il sistema giudiziario, o meglio i sistemi giudiziari perché, sostiene Dreisinger se quello degli Stati Uniti mette dietro le sbarre soprattutto gli afroamericani e i latini, accade che in Canada, Australia e Nuova Zelanda le porte del carcere si aprono soprattutto per le popolazioni indigene e, in generali, per i più poveri.

Stando alle parole delle studioso sono “pochissime le cose che funzionano nel sistema giudiziario degli Stati Uniti” basato soprattutto “sull’esclusione sociale e l’oppressione razziale”, risultati diretti della schiavitù e della segregazione; prosegue Dreisinger: “Si pensa che punire le persone in modo ossessivo ci renderà più sicuri, quando tutti i dati smentiscono questa convinzione”.

E allora che sia promosso lo scrivere perché “non c’è nulla che umanizzi più della parola scritta” dice lo studioso, che oltre a essere direttore dell’Incarceration Nations Network, insegna presso il John Jay College of Criminal Justice di New York, dove ha concepito un programma di formazione che promuove gli studi universitari tra i detenuti.

Vale la pena leggere i testi selezionati, giacché oltre “a esprimere l’intera gamma della sensibilità dietro le sbarre” sono le voci di chi “avendolo vissuto, sa come riparare il sistema carcerario”.

La mostra The writing on the wall, visitabile fino al 10 novembre 2019,  è frutto della collaborazione tra il professore Baz Dreisinger,  l’artista concettuale, Hank Willis ThomasOpen Box e con la progettazione dell’allestimento di MASS Design Group.

 

Fotografie by High Line Art Archive

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