Verso traguardi di PACE. Uno scatto di 70 anni che unisce forza coraggio e speranza

Oggigiorno inviare auguri per posta è fuori moda. SMS, email, telefonate sono il mezzo più veloce e sbrigativo. Pertanto quando si riceve un plico dove tu trovi centinaia di poesie natalizie scritte nel tuo dialetto e che ti riportano nel secolo passato, non puoi far altro che credere ancora in babbo natale, e se poi questo caro vecchietto ha il nome di una cara amica, Anna, il regalo è ancora più gradito.

Così leggendo una dopo l’altra queste filastrocche, alcune delle quali tu stessa hai depositato nella tua memoria perché raccontate dai nonni prima e dai genitori poi, non ti meravigli più di tanto se ti rivedi bambina. Viaggi sulle ali dei ricordi e riscopri molte poesie che si adatterebbero anche ai giorni nostri.

Quand’ecco che tra gli ultimi fogli inseriti nella busta spunta una fotografia che non ha nulla a che vedere con il Natale.

Raffigura una donna dallo sguardo fiero e pulito, riempie da sola tutto lo spazio ed attira la tua attenzione. E’ una popolana che si accinge a vendere il pesce appena preso da una barca che ha approdato sulla sabbia. Le sue scarpe sono piuttosto malridotte, il suo grembiule composto da diversi pezzi di tela differenti tra loro denotano una certa povertà, il suo busto eretto solleva una cesta dalla quale scendono cordami con sughero, il di lei capo, protetto da un fazzoletto, regge quel contenitore di vimini ricoperto da un drappo chiaro ove è poggiata la stadera che servirà a pesare il pesce. Vi saranno all’interno: sarde, alici, totani, scorfani, seppie, trigliette e chissà quant’altro, comunque sempre pesce vivo. Alle sue spalle un alto muro fatto di mattoni, forse una postazione di casa matta o una costruzione tedesca antisbarco, o un frangiflutti a protezione delle onde del mare di levante quando si arrabbia e sbatte sulle case, chissà?

Il tutto è nulla in confronto a ciò che si legge su quel muro: PACE, e quella parola prende corpo e sembra nascere dal volto di quella donna e che a me sembra dire: “Ce l’abbiamo fatta”. A questo punto voglio guardare quella foto con occhi convinti e credibili, il passato in effetti ci ha lasciato ad imperitura memoria quella figura affinché ogni altro orizzonte oggi possa ancora assomigliare non solo a quella donna ma quella parola e perché ciò che è stato non debba mai più ripetersi.

L’autrice di questa fotografia è Emmy Andriesse, una bravissima fotografa olandese che visse molti anni a Sestri Levante e che riuscì a mettersi in contatto ed in rapporto amichevole con tutta la popolazione e seppe ritrarre con la sua macchina non solo i personaggi, ma degli stessi seppe cogliere caratteri ed espressioni.

Non c’era pescatore o pescivendola il cui lavoro sfuggì ai suoi cataloghi; luoghi, piazze, giochi di fanciulli che non prendessero visibilità alla luce di quel cielo e di quel mare. Sembrava scrivere la vita di operai e di ambulanti tra i chiari e scuri delle sue diapositive, come se lei stessa fosse parte di quel mondo.

In quegli anni Emmy divenne amica di Carlo Bo, Vittorio G. Rossi, Salvatore Quasimodo, della pittrice Dina Bellotti, del poeta sestrese Giovanni Descalzo e di tutti gli altri artisti e scrittori che frequentavano la Bimare. Amò talmente questa cittadina che al ritorno in patria tra il 1951 e il 1952 presentò la sua collezione di foto nel Prentenkabinet di Leiden e la replicò al Joost Eiffers di New York.

Siamo alla fine di un anno terribile, ma il linguaggio della bellezza di quella foto deve rimanere come un esempio. Che quella memoria che ci riporta alla fine della seconda guerra mondiale sia come il mare, che vive, si muove, bacia la sabbia, porta iodio e salute, e così a noi non resta che ripeterci: “Ce la possiamo fare”. Questo ci porti l’anno che verrà.

 

 

Immagini riprese dal libro ‘Quando fiorisce il mare’ di Natalino Dazzi, Editore Gammarò. In quella centrale la fotografa olandese Emmy Andriesse (1914 – 1953), autrice delle fotografie 1 e 2 scattate a Sestri Levante (Liguria) dove visse per un periodo di tempo 

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