Soave e Valpolicella. Non sol bevanda ma cibo, arte e natura
Tradizionale nel giorno di Pasquetta, le gita fuori porta. Ecco dunque, un gioiello che la nostra natura ci offre: il castello di Soave. Nel breve tratto, del Veronese tra collina e collina, tra valle e valle, superbo è lo spettacolo che offre la natura in un’atmosfera calda e palpitante in cui tutte le piante vivono una meravigliosa pienezza di sviluppi, siano pioppi o vigneti disposti in allineati pergolati! E in una prospettiva luminosa in cui si intecciano mito e leggenda ad un tratto ecco aprirsi la valle del Soave, e in tutta la sua imponenza e ricchezza naturale ed artistica.
Nella vivida luce di un meriggio invernale le gigantesche mura appaiono nitide e terse come dopo un bagno di giovinezza. Sul colle ispido di erba bruciata dai primi geli i torrioni si innalzano con grinta verso il cielo incuranti del peso dei secoli che su di esso grava. Percepisci l’incanto del luogo e la magia dei ricordi. Di tutte le cose create dall’uomo e la tua è una commozione legata alla grandezza ancora trasparente di quel maniero battuto dal vento e roso dal fuoco di accese battaglie.
Davanti a questo apparato scenico, il presente sparisce di colpo e rivive il passato. Cigola il ponte levatoio, si abbassa in un suono tragico e romantico nello stesso tempo. Chiudo gli occhi, la mente perduta in fantasmi confusi, corre a ritroso e un mio fanciullesco eroe, paggio Fernando, dalla mantella a tracolla, con spada, basco e lunga piuma battente sulle spalle, con calzari a punta rivolta verso l’alto e calzamaglia bianca, che mi fa da valletto.
Entro ed il Medio Evo mi appare qual’è in tutta la sua grandezza. Dopo una breve salita un’arco si apre e si intravedono alla destra i ruderi di una antichissima chiesetta. A terra spuntano qua e là tracce di un mosaico bianco e nero che doveva costituire il pavimento ora sparito. L’immagine di una Madonna invita l’entrata ad un secondo cortile da dove l’occhio può spaziare verso un luminoso paesaggio.
Al centro della radura, cui siamo giunti attraverso una scala in legno, si trova un antichissimo pozzo in pietra segnato da solchi profondi, prodotti dall’uso, e per secoli, per attingervi acqua a mezzo corde. Un torrione, poggiato su base granitica a forma di piramide, si pensa dovesse essere un mausoleo romano, ci lascia impressa una sensazione sinistra. Forse i prigionieri erano qui soggetti a
torture e la cosa non ci è del tutto indifferente. Le condizioni di vita di quelle epoche sono qui vive e parlanti, e se le confrontiamo con quelle odierne non possiamo non sentirci inorridire.
Esco, non senza sollievo, e per mezzo di una scaletta esterna salgo all’abitazione del “comandante”.

Immagine di lucabonesini.it
La sala detta “caminata” accoglie a braccia aperte il visitatore e subito lo conquista. Tutta decorata con fine gusto trecentesco, con fregi e stemmi di famiglie nobili, è arricchita da un bel camino con lo stemma scaligero nel centro della cappa ed alari e molle in ferro battuto fanno corona ad una cassapanca con spalliera mobile, onde poter dare, volendo, le spalle od il viso al fuoco.
Sul tavolo si trovano urne contenenti pezzi preziosi di stoviglie scoperti durante i restauri del castello avvenuti nel 1892 e sulla parete opposta al camino una pergamena rappresenta l’albero genealogico della famiglia scaligera oltre all’esposizione di chiavi gotiche, candelabri ed armi in quantità notevole.
A sinistra è la camera da letto del signore del castello. Sempre dell’epoca medioevale sono il letto con baldacchino, un lavabo in rame lavorato a mano e un vaso mesciacqua. L’inginocchiatoio in noce intarsiato, un bel quadro di Madonna con Santi dipinto su legno ed un bellissimo crocefisso fra Maddalene piangenti completano l’arredamento.
In punta di piedi, quasi il rumore dei passi possa risvegliare qualcuno che in effetti non c’è, ma che sembra presente in qualità di fantasma, lascio la camera. Interessantissima è pure la sala da pranzo: ricca di mobili ben conservati, tra cui una credenza con alzata che fa bella mostra sullo sfondo, e dove un lampadario in ferro battuto pendente da un soffitto a cassettoni, domina tutto l’ambiente. La tavola imbandita attrae subito l’attenzione maggiore.
Piatti, coppe, bicchieri, boccali e bacinelle occupano tutto il piano e con una certa sorpresa noti la mancanza di forchette. La realtà di oggi, opposta ai costumi di quel tempo ti fa ben presto riflettere di come allora si usasse mangiare con le mani e il piccolo contenitore accostato ai piatti spiega come ogni commensale immergesse in esso le dita tra una portata e l’altra.
Elmi, corazze, mazzeferrate, lance e quadri deposti nella sala adibita a studio da Cansignorio nel 1375, fanno compagnia a 5 dipinti su tela raffiguranti personaggi di importanza storica di prim’ordine. Dante Alighieri, già ospite di questo castello, Can Grande della Scala, Mastino I, Taddeo da Carrara.
Ritorno di riflesso e non a caso, all’imbrunire, sul nome del castello e del paese sottostante.
Natura e arte per un’enagostranomia di lusso
C’è tanto in così poco. C’è sapore d’antico e di una storia enologica che giunge fin ai giorni nostri. Nomi di vini che vengono citati quando si parla del Veneto: lavorati con la tecnica e la passione lievitate nei secoli. Una passione che scorre dalla valle del Soave alla valle del Valpolicella, dove le vigne fanno corona a colline assolate e a declivi ubertosi riscattati da sempre dal lavoro del contadino.
Frutti di tale terra sono: il delicato e gradevole inconfondibile “bouquet” del classico Soave che accompagna sempre eccellenti risotti, l’Amarone classico, dal colore rubino, secco, generoso ed armonico che si adatta meravigliosamente nel gustare arrosti e cacciagione, ed il Recioto della Valpolicella, lungamente stagionato. Dall’etereo profumo questo spumante costituisce il miglior dessert per concludere i pasti in compagnia di una delicata “brisolona”, tanto famoso ed apprezzato che è rimasta celebre la frase di Cassiodoro, ministro di re Teodorico che lo definì. “ Non sol bevanda ma cibo..”
Dall’alto di queste torri dentellate posso ora gustare un armonioso tramonto, e lascio lassù, tra rosse merlature moresche, tra comignoli seghettati e parapetti che sfrangiano l’orizzonte, qualcosa di me per riprenderlo soltanto domani quando al risveglio, anche il mio paggio Fernando sarà scomparso con il mio ultimo carnevale.
