Phillipe Daverio. Lezioni di come la vita possa essere arte e l’arte vita

“Amico mio ….il tuo silenzio per sempre è un urlo lancinante stamattina” ha scritto su Instagram, Andree Ruth Shammah, regista e direttrice del Teatro Franco Parenti di Milano, dando la notizia sui social della scomparsa dello storico dell’arte Philippe Daverio, avvenuta a Milano il 2 settembre 2020.

Così abbiamo appreso della morte di Philippe Daverio, storico dell’arte, come amava definirsi, maestro dell’arte della divulgazione dove riusciva, rapportando il passato al presente, a rendere l’erudizione semplice ma mai banale restituendola accessibile a tutti. Come accade spesso alle persone che sono state capaci di assimilare ed elaborare la propria vasta cultura (senza considerarla un privilegio per pochi che dona censo a chi la possiede), Daverio – classe 1949 – sapeva usare linguaggi espressivi moderni, innovativi e originali, come il suo eloquio e il suo abbigliamento, destando la curiosità e l’interesse del grande pubblico. Con leggerezza ed eleganza raccontava dettagliatamente la grande arte arricchendola con aneddoti pochi conosciuti, rendendocela vivida e vicina. Le sue trasmissioni televisive (su Rai 3 conduttore di Art’è nel 1999; autore e conduttore della trasmissione Art.tù, 2000; autore e conduttore di Passepartout, programma d’arte e cultura divenuto Il Capitale 2002 – 2012 e del programma Emporio Daverio per Rai 5, 2011), hanno lasciato un segno indelebile nei suoi fedeli spettatori che ancora oggi si chiedono perché siano state sospese.

L’ultima volta che abbiamo ascoltato la sua voce è stato in occasione dell’acqua alta a Venezia nello scorso autunno. Ancora una volta Daverio, partendo dalla storia del passato ha dimostrato quanto l’oggi sia imprescindibile dai fatti di ieri. “Non è il cambiamento climatico: il problema è l’uomo” disse Philippe Daverio. Un’affermazione, frutto ancora una volta, di un preciso percorso storico. “La Repubblica di Venezia cadde nel 1797 rendendo la città poverissima al punto che tutti i lavori di manutenzione dei canali e della laguna cessarono – spiegò Daverio a Flavia Amabile per La Stampa -. Così iniziò il fenomeno dell’acqua alta la cui prima documentazione appare in un dipinto del 1870”.

Il fenomeno veneziano che mette a repentaglio la vita dei residenti (ricordiamo le vittime nel novembre 2019) e i monumenti unici della città che sono la sua identità, sono dunque conseguenza dell’incuria (ma Daverio la definì anarchia) della gestione delle acque che l’uomo ha dimostrato negli ultimi 150 anni. “Non c’è altra spiegazione – insisteva Daverio osservando che “se l’acqua alta fosse esistita prima un viaggiatore come Goethe o come i tanti altri che hanno visitato e raccontato la Repubblica, ne avrebbero parlato. C’è anche chi sostiene che avvenga per effetto della spinta verso l’ alto da parte delle Dolomiti ma in quel caso siamo di fronte a uno spostamento inferiore a un centimetro l’ anno, invece l’ acqua alta arriva a un metro e ottanta”.

La cura dell’uomo era essenziale per Daverio e non sarebbe mai dovuto essere abbandonata posto che “tutto il nostro paesaggio (compresa la Laguna veneziana) è il risultato di una potente antropizzazione”. La natura lasciata libera alla fine “ricrea la foresta” mentre è stata la manutenzione perenne (attualmente abbandonata) a contribuire alla bellezza del patrimonio italiano quando “i boschi si ripulivano regolarmente e si raccoglieva la legna e quindi il sottobosco non correva il rischio di prendere fuoco, gli argini dei fiumi erano puliti e non erano cementati (si rifaceva ai fiumi sotterrai in Liguria ndr) e le macchine idrauliche della laguna di Venezia erano tutte sotto controllo”.

Per concludere Daverio forniva la soluzione: dare i contributi ai contadini affinché non abbandonino la terra, seguendo “l’esempio della Svizzera che li considera i giardinieri del territorio”. Compiere un’operazione “di economia sociale che permetterebbe di continuare a svolgere le opere di manutenzione perenne di cui l’Italia ha urgente bisogno”.

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