Everest. Poi c’è tutto il resto

“… Una spedizione finalizzata alla conquista di un record alpinistico è più complessa di una spedizione che intenda “semplicemente” raggiungere la cima di una montagna. Gli atleti lavorano costantemente al linite e- in  nome della prestazione- sono disposti ad accettare più rischi di quanto avviene in una normale ascensione. Pertanto bisogna garantire loro tutta l’assistenza e tutta la sicurezza possibili ( da Perseverare è umano di Pietro Trabucchi)

Nella primavera del 2021 saranno trascorsi 100 anni dalla prima spedizione per la conquista della vetta più alta del mondo, l’Everest, che s’innalza per 8848 metri dalla catena dell’Himalaya,  al confine fra Cina e Nepal.

Organizzata dal Regno Unito e guidata dall’esploratore e politico Charles Howard-Bury, fu la prima di una lunga serie di spedizioni esploratrici che portarono alla conquista della vetta dopo 32 anni, esattamente il 29 maggio del 1953, con il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa nepalese Tenzing Norgay, due esperti alpinisti.

Da allora si calcola che siano circa 7mila le persone che sono riuscite nell’impresa, alcune delle quali salite più volte.

Scalare l’Everest è un’opera molto difficile ancora oggi. Il clima è molto rigido e non solo in vetta – dove le temperature a febbraio, il mese più freddo, possono abbassarsi dai – 40° ai 60° C. mentre ad agosto, il periodo estivo, si alzano a – 20°C  – ma già dai 7500 metri. Dai 5300 metri di altitudine, poi, ci s’imbatte con il ghiaccio per tutto l’anno (lo chiamano il limite delle nevi perenni), mentre dai 7600 metri l’ossigeno per l’uomo è insufficiente (non a caso è chiamato il punto della morte).

Eppure l’italiano Reinhold Messner con l’austriaco Peter Habeler nel 1978, riuscirono a scalare l’Everest senza l’ausilio delle bombole di ossigeno e nel 1980 Messner raggiunse la stessa vetta in solitaria.

Nel 1975 è stata la volta di Junko Tabei, giapponese, prima donna a scalare il gigante.

A dispetto del suo soprannome di Tetto del mondo, l’Everest non è la montagna più alta del mondo. O, meglio lo è sul livello del mare, ma calcolando dalla base alla vetta la cima del Pianeta è il Mauna Kea delle Hawaii con i suoi 10210 metri, ma soltanto 4205 sul livello del mare.

Comunque per l’alpinismo “c’è l’Everest e poi tutto il resto” dice il giornalista e scrittore di montagna Stefano Ardito, che per il gigante dell’Himalaya ha una vera passione e che negli anni Ottanta intervistò Edmund Hillary e John Hunt  sulla storica spedizione del 1953.

Erano entrambi stupiti – ha raccontato Ardito nel corso dell’intervista rilasciata ad adnkronos.com – dell’effetto che la conquista della cima aveva avuto in tutto il mondo”.  Al loro ritorno a Londra Hillary e Hunt furono accolti “da un milione di persone, a Il Cairo da 600mila” e anche quando giunsero a Roma vi trovarono ad aspettarli numerosi fans. Non erano solo patiti della montagna, si trattava di un vasto interesse trasversale.

Fu la grande attenzione della gente che fece comprendere ai 2 alpinisti “di aver fatto una cosa bella e grande” che Ardito descrive così: “Dopo il Polo Nord e il Polo Sud, toccati rispettivamente nel 1908 e nel 1912, anche il ’terzo Polo’ della Terra era stato raggiunto dall’uomo”.

Questo secolo di storia, fatto di conquiste e di avventure riuscite o fatali, così come tutta la magnificenza del Tetto del Mondo e delle sue valli Ardito l’ha racchiuso nel suo libro intitolato Everest (GLF Editori Laterza) già in tutte le librerie.

Ultima curiosità: il Monte Everest non smette mai di crescere: si eleva di circa 4 millimetri all’anno e 40 centimetri ogni secolo.

 

 

Immagini: Everest 1) Foto di gruppo della prima spedizione del 1921; 2) Il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa nepalese Tenzing Norgay, conquistatori della vetta nel 1953 (AP Photo); 3) il giornalista e scrittore di montagna, Stefano Ardito, autore del libro Everest (GLF Editori Laterza)

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