Riproduzione assistita. Il progresso viene dalle cellule staminali

Uno studio, frutto della collaborazione tra l’Ospedale La Fe di Valencia (Spagna) e l’ IVI,  fa compiere un passo avanti  alla riproduzione assistita, offrendo una soluzione all’avanguardia a tutte quelle donne che non riescono a concepire a causa dell’  insufficienza ovarica precoce.

La ricerca s’incentra sulla tecnica del ringiovanimento ovarico ottenuto attraverso il trapianto di cellule staminali del midollo osseo (Bone Marrow-Derived Stem Cells, BMDSC) nell’ arteria ovarica.

Dopo la prima fase nel modello animale, attraverso la quale è stato impiantato tessuto umano nei topi per verificare l’efficacia del trattamento con cellule staminali,  i ricercatori sono  passati alla  seconda fase con 20 pazienti con bassa risposta ovarica, alle quali sono state attivate le cellule staminali: estratte nel sangue periferico e reintrodotte nell’ovaia per invertire il processo di invecchiamento e attivare, così, i follicoli dormienti.  E il risultato della seconda fase (prossimamente pubblicato dalla rivista scientifica  Fertility & Sterility)  ha visto nascere 3 bambini, ma ha presentato delle criticità che hanno spinto i ricercato verso la terza fase.

La terza fase

La dinamica della studio e i suoi risultati sono stati presentati nel corso del nel corso della 34ª edizione del Congresso ESHRE (European Society of Human Reproduction and Embryology), che si è svolto a Barcellona dall’ 1 al 4 luglio 2018.

In questa occasione Nuria Pellicer, membro del gruppo di ricerca e dottoressa del nosocomio valenciano ha spiegato: “Nella seconda fase abbiamo visto che la tecnica aiutava a migliorare la risposta ovarica e aumentava la produzione di ovociti, ma essendo le pazienti con bassa risposta ovarica di età materna avanzata, una percentuale elevata degli embrioni era aneuploide, ossia, soffriva di alterazioni cromosomiche. Inoltre, nelle pazienti con bassa risposta abbiamo riscontrato molta variabilità e, a volte, la variabilità poteva mascherare i risultati. In seguito abbiamo scoperto che le pazienti in menopausa o in pre-menopausa, ossia, con insufficienza ovarica precoce, potevano rispondere meglio al trattamento e abbiamo deciso di progettare la terza fase dello studio”.

Per la terza fase attualmente si stanno reclutando donne di età inferiore ai 38 anni esclusivamente con insufficienza ovarica precoce. Quest’ultima fase prevede due stadi. Oltre al procedimento  già collaudato,  si percorrerà una strada meno invasiva, attivando ugualmente le cellule per poi farle circolare intorno all’area interessata con l’obiettivo di invertire il processo di invecchiamento e favorire l’attivazione dei follicoli dormienti.
Secondo il professor Antonio Pellicer, direttore dello studio “con questo ultimo approccio speriamo di verificare se, per il solo fatto di aumentare il numero di cellule staminali e farle circolare nel sistema sanguigno, queste sono in grado di raggiungere l’ovaio e di agire su di esso. La nostra idea, quando avremo una risposta chiara delle cellule, è di sviluppare una tecnica il meno invasiva possibile e standardizzarla, per poterla applicare in qualsiasi clinica”.

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