Così vicino così lontano. In Canton Ticino, “Prima i nostri”
Il referendum che si è tenuto nel Canton Ticino il 25 settembre 2016, denominato “Prima i Nostri” (a parità di professionalità si devono preferire gli autoctoni ai lavoratori stranieri) ha ottenuto il 58% di voti favorevoli contro il 39,7% di contrari.
Il secondo referendum contro il “dumping salariale” (il lavoratore che accetta salari più bassi, contratti svantaggiosi rispetto a quelli della popolazione locale) è stato invece bocciato dalla cittadinanza, la quale ha risposto con il 52% di no
È evidente come chiunque che si trasferisca per lavoro, può diventare migrante in qualsiasi momento. Brutte notizie, quindi, per i frontalieri italiani, oltre i 60mila, soprattutto lombardi delle province di Como e Varese, che ogni giorno varcano il confine per recarsi al lavoro nel cantone Svizzero.
Il quesito “Prima di Nostri”
Il referendum popolare “Prima i nostri” è stato voluto dal partito populista di destra Udc e sostenuto dalla Lega ticinese.
Esultano oggi i promotori del referendum “Prima i nostri” che chiedono una modifica della Costituzione della Confederazione Svizzera che obblighi i datori di lavoro a dare la precedenza ai lavoratori svizzeri o stranieri ma domiciliati in Svizzera Come si legge sul sito dei promotori del referendum il risultato favorevole “dà al Consiglio di Stato il preciso mandato di mettere in atto tutte le misure concrete per respingere la pressione al ribasso sui salari, evitare la sostituzione sistematica dei lavoratori residenti e assicurare che i ticinesi abbiano la precedenza nel mercato del lavoro”.
Comunque la decisione finale spetta al Parlamento di Berna.
Il quesito “Dumping salariale”
Il secondo quesito del referendum, ha chiesto alla cittadinanza ticinese di esprimersi contro il “dumping salariale”; nello specifico che “nessun cittadino del suo territorio venga licenziato a seguito di una decisione discriminatoria di sostituzione della manodopera indigena con quella straniera (effetto di sostituzione) oppure debba accettare sensibili riduzioni di salario a causa dell’afflusso indiscriminato della manodopera estera (dumping salariale)”, mentre “nelle relazioni con i Paesi limitrofi” le autorità dovrebbero modulare “il mercato del lavoro in base alle necessità di chi vive sul territorio del Cantone.
Cos’è il dumping
Il dumping è una pratica che deriva dalla dottrina economica, con la quale originariamente s’indicava la procedura di vendita di un bene o servizio a un prezzo inferiore rispetto a quello di vendita sul mercato di origine. Era praticato per spingere e imporre un determinato bene o servizio su un dato mercato e in un tempo preciso, ad un prezzo basso tanto quanto impediva ai produttori locali di competere. Il produttore del bene o servizio, era spesso sostenuto da sussidi pubblici. Il dumping è venuto meno con il Trattato di Amsterdam dell’UE (1997 entrato in vigore nel 1999) che impedisce (impedirebbe), ai singoli Stati membri di vendere beni e servizi a pressi diversi e concorrenziali tra loro.
Dai beni e servizi l’esercizio del dumping è stato spostato sulle persone, e oggi si definisce dumping salariale quella pratica che consente a un’impresa di ridurre i costi di produzione e vendere le merci a prezzi inferiori a quelli di mercato sottopagando i propri dipendenti. Nato nei paesi in via di sviluppo con la liberalizzazione del mercato del lavoro viene applicato anche nell’Occidente, come nel caso del Canton Ticino.
Si parla anche di dumping ambientale, quando una impresa riesce a immettere sul mercato beni ad un costo inferiore, perché prodotti in quei paesi privi di una normativa per la tutela dell’ambiente.
I commenti
La Svizzera, che non fa parte dell’UE, è legata all’Italia dai patti bilaterali. Come ha scritto il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni , in un tweet a commenti dei risultati sul referendum “Il referendum anti-frontalieri non ha per ora effetti pratici. Ma senza libera circolazione delle persone i rapporti Svizzera-Ue sono a rischio“.
Un concetto quello espresso da Gentiloni, ripreso e rafforzato dalla portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, che in merito al risultato ha affermato ” “il presidente Jean Claude Juncker ha più volte chiarito che le quattro libertà fondamentali del mercato unico sono inseparabili, cosa che nel contesto svizzero significa la libertà di circolazione dei lavoratori è fondamentale”.
Lo stesso Gran Consiglio, il parlamento del cantone, alla vigilia del referendum aveva dichiarato che “la sua reale possibilità di realizzazione è assai limitata, anche a causa dei limiti imposti dalle leggi a livello nazionale, oltre che dagli accordi e il diritto internazionali”.
Da ricordare infine che a livello federale, la Svizzera non ha ancora introdotto nella sua costituzione il risultato del referendum del 9 febbraio 2014, con il quale gli svizzeri hanno approvato l’imposizione delle quote massime di lavoratori stranieri nella Confederazione. Anche in quell’occasione il Canton Ticino si distinse per il maggior numero di si, registrati nella confederazione elvetica.
