Paleolitico Superiore in Europa. L’antico costume di modificazione intenzionale del cranio

Oggi i tatuaggi e i piercing sono molto diffusi come forme di modificazione del corpo, ma in realtà queste pratiche risalgono all’epoca preistorica e sono ben documentate. Tuttavia, pochi sono a conoscenza che tra queste espressioni culturali, sebbene rare, rientra anche la modifica intenzionale del cranio.

Il nuovo studio italiano di interesse scientifico internazionale, pubblicato su Scientific Reports, condotto dal Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze, dal titolo Early European evidence of Artificial Cranial Modification from the Italian Late Upper Palaeolithic Arene Candide Cave  documenta la più antica, finora rinvenuta in Europa, modifica “cranica artificiale”, in un individuo vissuto al termine dell’Era Glaciale del Paleolitico Superiore Tardo (tra 12.600-12.200 anni fa), proveniente, come cita il titolo, dalla Grotta delle Arene Candide, a Caprazoppa, in provincia di Savona.

Le Grotte liguri note come Arene Candide 12 AC sono uno dei siti preistorici più importanti del Paleolitico Superiore europeo; da lì viene il reperto conservato nel Museo di Antropologia ed Etnologia dell’Ateneo fiorentino.

Si tratta del cranio (definito come AC12) di uno degli ultimi cacciatori-raccoglitori preistorici, studiato – spiega Tommaso Mori, primo autore dello studio -, utilizzando moderne tecniche di antropologia virtuale e sottoponendolo ad analisi di morfometria geometrica.

Gli innovativi strumenti investigativi  hanno rivelato che la forma allungata del cranio AC12, già descritta negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, non deriva da malformazioni o malattie, ma da una “pratica culturale intenzionale ottenuta probabilmente tramite fasciature, applicate al cranio dell’individuo fin dai primi mesi di vita” conclude Mori.

Lo studio cambia il periodo di datazione già noto della deformazione cranica artificiale in Europa, anticipandola di millenni e portandola a coincidere con ritrovamenti analoghi riscontrati in Asia e in Australia.

Come è facile immaginare non era una pratica facile, come evidenzia Irene Dori, ricercatrice Unifi e vincitrice del programma di ricerca Young Researchers MSCA. Richiedeva “tempo e cura” e veniva applicata nei primi mesi di vita di una persona per conferirle un tratto distintivo permanente, un’identità visibile fin dalla nascita e “trasmessa di generazione in generazione come valore culturale”, precisa la ricercatrice.

I risultati dello studio implementano le conoscenze e aprono a nuove prospettive sul significato sociale, identitario e rituale dell’usanza.

“Sebbene in molte società storiche, per esempio tra gli Inca, i Maya e i Chinook, la modifica artificiale del cranio è stata collegata a gerarchie ereditarie, a poteri sacri o soprannaturali, in questo caso – dichiara Irene Dori – le evidenze archeologiche indicano  forme di differenziazione legate al sesso, all’età o alle abilità individuali, più che a strutture sociali di potere.

Il fatto che la modifica del cranio sia stata osservata solo su un individuo (a fronte di altri cinque crani completi trovati nel sito) suggerisce in ogni caso che si tratta di un marcatore identitario esclusivo destinato a pochi individui, un mezzo utilizzato per trasmettere valori e identità”.

Oltre ai ricercatori dell’Università di Firenze, hanno contribuito allo studio esperti di centri di ricerca, istituti ospedalieri e atenei, fra i quali l’Università di Cagliari, utilizzando i finanziamenti erogati dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito dei fondi del PNRR, e dalla Regione Toscana.

 

Immagine del cranio AC12 di 12mila anni con modifica intenzionale studiato dal gruppo di ricercatori coordinati dall’Università di Firenze – photo by Unifi

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.