La Repubblica. La rivoluzione che cambiò il giornalismo italiano

Il 14 gennaio 1976 arrivava per la prima volta nelle edicole La Repubblica. Non fu semplicemente la nascita di un nuovo quotidiano, ma l’inizio di una profonda trasformazione del giornalismo italiano. A volerla e guidarla fu Eugenio Scalfari, che concepì un giornale radicalmente diverso per formato, linguaggio e impostazione culturale, collocato nell’area della sinistra laica e riformista.

La Repubblica ruppe con la tradizione: cambiò la foliazione, il modo di scrivere, la gerarchia delle notizie, escludendo sport e cronaca nera per puntare su politica, cultura e società. Un progetto che non era solo editoriale, ma apertamente politico e culturale, secondo un principio che Scalfari non avrebbe mai abbandonato nel corso della sua lunga direzione, conclusa nel 1996.

Nelle immagini della redazione dei primi giorni, però, manca una parte fondamentale di quella rivoluzione: le donne. Giornaliste che furono protagoniste fin dall’inizio, anche se spesso invisibili. A ricordarle è stata Simonetta Fiori su Repubblica D: Natalia Aspesi, Miriam Mafai, Sandra Bonsanti, Rosellina Balbi, Barbara Spinelli, Daniela Pasti, Laura Lilli, Irene Bignardi. Erano già al lavoro, dietro le macchine da scrivere, e grazie a loro — scrive Fiori — oggi molte donne raccontano il mondo e le guerre.

Anche Corrado Augias, tra i pionieri del giornale, ricorda oggi le parole di Scalfari: un quotidiano non può esistere senza un solido progetto culturale. Un’idea che affondava le radici nelle esperienze precedenti del fondatore, da Il Mondo a l’Espresso, e che caratterizzò la Repubblica per decenni.

Nel tempo cambiò anche la proprietà: da Scalfari e Carlo Caracciolo a Carlo De Benedetti. Il giornale, pur trasformandosi sotto la guida dei direttori succeduti a Scalfari dal 1996 — a partire da Ezio Mauro — rimase a lungo un unicum nel panorama italiano, capace di coniugare modernità e qualità e di diventare, nei suoi anni migliori, il quotidiano più venduto del Paese.

Il cinquantenario arriva, però, nel momento più difficile della sua storia. La crisi della carta stampata, l’avanzata della tecnologia digitale e la decisione dell’attuale proprietario, Exor — la holding olandese della famiglia Agnelli — di mettere in vendita il giornale, sembra al miglior offerente, aprono interrogativi sul futuro. Se l’edizione online resta tra le più solide, il destino del quotidiano resta incerto.

Difficile dire se la Repubblica vedrà i suoi prossimi cinquant’anni. Più facile affermare che il giornale è già entrato nella storia del giornalismo italiano, anche grazie alle sue grandi firme e decani, come Bernardo Valli, “principe degli inviati”, e Natalia Aspesi, ancora oggi protagonista con i suoi editoriali e la storica Posta (non solo) del cuore de Il venerdì.

A celebrare l’anniversario è la grande mostra interattiva, 1976–2026: La Repubblica, una storia di futuro, organizzata con Electa e Studio Azzurro, visitabile dal 15 gennaio al 15 marzo 2026 al Padiglione B del Mattatoio di Roma.

Un titolo che guarda avanti con ottimismo, mentre la storia del giornale e la sua rivoluzione restano, comunque andrà, già scritte.

 

Mostra interattiva: 1976 – 2026. La Repubblica, una storia di futuro;

dove: Padiglione B – Mattatoio,  Roma;

quando: dal 15 gennaio al 15 marzo 2026;

ingresso libero previa registrazione online sul sito del giornale:eventi-Repubblica.it/Repubblica50.

 

Immagini: ) Eugenio Scalfari al centro della redazione maschile nel 1974, in un momento di preparazione del giornale; 2) le giornaliste di La Repubblica: si riconoscono prima a sinistra Natalia Aspesi e. seconda a destra, Miriam Mafai 

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