L’ultimo Leudo che naviga sulle labbra del mare

In vacanza il tempo libero non manca, chissà perché le giornate sembrano durare più a lungo di quelle vissute in città. Così tra un tuffo in mare, un’indigestione di sole, trovi il modo per andare incontro ad un passato glorioso e nel contempo avventuroso. In questo caldissimo inizio d’estate, se si alza un po’ di vento lo accetti come l’unica soluzione che ti porta a respirare meglio.

Oggi però questa brezza frena un po’ gli entusiasmi che si sono impossessati dei partecipanti ad una visita programmata all’ultimo Leudo che ancora naviga nelle acque del mare Ligure. Ad annullare questo “incontro” nessuno è propenso e così dopo una breve camminata verso il porto questa imbarcazione ci accoglie con quel rullio ritmato delle labbra del mare.

Forse lo stare eretti su questo “legno” non è proprio il massimo della confortevolezza ma nessuno si lamenta e così presti attenzione massima alla descrizione di questa imbarcazione. Il leudo è un antenato della vela latina portata nel Medioevo dagli arabi o dai catalani e da sempre è stata adibita al trasporto di merci e veleggiava da Genova e porti limitrofi fino a Tunisi, Tabarca e faceva scalo all’isola d’Elba, in Sardegna, sulle coste toscane e laziali.

Trasportava botti di vino, barili di alici sotto sale, formaggio pecorino, carbone, sabbia utile nelle costruzioni, lastre di ardesia e pizzi fatti al tombolo. Oggi è adatta alla navigazione d’altura e resta iscritto “come un’impresa” il viaggio che il Felice Manin, altro leudo oramai distrutto, fece in occasione delle celebrazioni delle Colombiadi nel 1984 verso New York sulla rotta di Cristoforo Colombo.

Questo veliero ha una lunghezza di oltre 15 metri, costruito nel 1925 ha una propulsione di vela di 150 mq. e dal 1976 vi è stato installato un motore Diesel Ford a 6 cilindri e 4 tempi. Quello che stupisce è che faceva parte di una marineria, nei primi anni ’20, composta di oltre 100 barconi, ma che già dal 1400 erano in navigazione nel Tirreno.

L’ultimo di questi esemplari il Nuovo Aiuto di Dio è un’imbarcazione snella ed elegante, in legno di pino proveniente dalla Corsica e da Manierta, ma nessuno riesce ad immaginare come potesse trasportare 200 ettolitri di vino in botti posti sulla coperta lunata. Una spernacchia con asta è posta a prua ed a poppa vi è il timone con barra longilinea.

L’albero, inclinato favoriva la velocità, naturalmente in origine solo comandata dai venti e raggiungeva le 7/8 miglia. All’interno un paio di cuccette, un’armadietto con le provviste che consistevano in dure “gallette”, qualche “leppa” di stoccafisso salato, pasta, olio e naturalmente vino.

A bordo solitamente erano 4 marinai, ma l’originalità di questo barcone era il modo in cui avveniva lo sbarco delle botti che erano calate in acqua in prossimità della riva. i marinai le legavano con una corda e le trainavano sulla sabbia con la sola forza delle loro braccia.

Altra forza necessitava per l’alaggio ed occorrevano anche 50 uomini per portarli sui trespoli in secca e questo lavoro poteva durare anche 12 ore. Oggi questo “legno” fa bella mostra di sé nelle acque del Tigullio e molti sono i visitatori incuriosirti alla narrazione delle performance di questo natante. Si dice che i capitani di mare appena diplomati facessero le loro prime esperienze proprio sui Leudi.

Ed il mio pensiero non può non correre a ritroso negli anni quando mio padre nel 1925 ottenne la licenza di macchinista in prima all’istituto navale di Genova e con molta probabilità salì su questi “tombolotti” a schiena d’asino. Se chiudo gli occhi mi sembra di sentire l’eco di quei termini marinari abbastanza usuali alle mie orecchie: fiocco, miciotto, trozza, strincafia, bragon, orze e ferzi di vela.

Più di un’ora è passata, sulla banchina, qualcuno è in attesa di salire a bordo. In lontananza si ode un suono di sirena, non è il fischietto del nostromo che ci invita a scendere, è il sibilo ripetuto di un’autoambulanza chiamata per un intervento medico urgente.

Ci accompagna così un senso di tristezza anche se questo fatto imprevisto non spegne la soddisfazione che si è provata nel salire su questo prezioso veliero dal glorioso passato. Nel ritorno a casa mia sale alla mente una poesia di T. S. Elliot che è l’epilogo perfetto di questa giornata.

Signora, il cui santuario sta sul promontorio, prega per tutti quelli che sono in mare, quelli il cui mestiere è di pescare, e quelli intenti in ogni traffico legittimo e quelli che li guidano. Ripeti una preghiera anche per le donne che han visto i loro figli o mariti partire, e non ritornare. Figlio del tuo Figlio. Regina del Cielo, anche per quelli prega che erano sulle navi, e il viaggio finirono sulla sabbia, sulle labbra del mare o nella gola oscura che non li renderà o dovunque raggiungerli non può il suono, l’eterno angelus, della campana del mare.”

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