La città delle dame di Christine de Pizan

Christine de Pizan italiana, naturalizzata francese, tra il 1404 e il 1405 scrisse La città delle dame (in originale Livre de la Cité des Dames) come replica ai libri De mulieribus claris (Sulle donne famose) di Giovanni Boccaccio (1313-1375),  e Roman de la rose (Il romanzo della rose) del francese Jean de Meung (1240 circa – 1305 circa), i testi più famosi dell’epoca che sostenevano la tesi ampiamente condivisa dalla cultura patriarcale per la quale le donne erano tutte seduttrici, data la loro natura viziosa.

Christine de Pizan, indignata, con la sua composizione diede il via alla cosiddetta Querelle de la rose del primo Rinascimento. Specifichiamo il periodo perché il dibattito, conseguente a quello sulla diversità dei sessi, percorre tutta la storia europea.

Quid est mulier? (Chi è la donna?), si chiedeva già lo scrittore cristiano Tertulliano del II secolo d.C., “la porta del diavolo” si rispondeva. E come avrebbe potuto essere diversamente se nel Libro della Genesi, è Eva, la prima donna, nata da una costola del primo uomo, Adamo, che induce ques’ultimo al peccato originale.

Per i Padri della Chiesa la donna è sessualità e peccato: Sant’Agostino arriva a condannare perfino la sessualità coniugale: per San Girolamo l’unica via per la salvezza eterna è vivere in assoluta castità: tenersi lontano dalle donne, perché essendo queste personificazione del male e della tentazione, l’amore nei loro confronti è compatibile con l’amore verso Dio.

Per Tommaso d’Aquino (e siamo già al XIII secolo) la donna è “mas occasionatus” “un uomo incompleto”, riprendendo la definizione del filoso greco Aristotele (IV secolo a.C.) che riconosceva alla donna, oltre alla procreazione, il fondamentale ruolo domestico, senza mai cederle il potere decisionale.

Cose sono le donne?

Dunque, cosa sono le donne? Cristine de Pizan pone la stessa domanda di Tertulliano, irrisolta più di mille anni dopo, come base del testo La città delle dame e della Querelle.

Contro i codici misogini evidenti sia nella configurazione della donna angelica (i poeti italiani del Dolce Stil Novo) o come entità potenzialmente diabolica (tanto da essere condannata al rogo, vi ricordate le streghe?) la donna, sottolinea l’autrice, è sempre oggetto del sogno e/o del desiderio maschile, dunque percepita come oggetto. “Sembrano tutti parlare con la stessa bocca, tutti d’accordo nella medesima conclusione, che il comportamento delle donne è incline  ogni tipo di vizio” scrive l’autrice.

Ma la presupposta “inferiorità” femminile non è biologica, constata Christine, ma il risultato di tenerla volutamente lontana “da tutte le arti e le scienze” per relegarla al focolare, completamente isolata. “Se si usasse mandare le bambine a scuola e insegnare con metodologia come si fa con i bambini, imparerebbero e capirebbero le difficoltà e le sottigliezze così bene come i maschi”.

Per rafforzare la sua tesi crea un’allegoria filosofica (ispirandosi alla Città di Dio di Sant’Agostino, una sottigliezza intellettuale  che rafforza l’incongruenza del pensiero – comportamento maschile ma senza creare polemica) rappresentata dalle 3 dame Rettitudine, Ragione e Giustizia che fanno costruire una città fortificata abitata dalle dame (tali per nobiltà di spirito non per sangue) che hanno dato un contributo alla letteratura, alla società, già entrate nella Storia.

Da questo stesso elenco si desume che l’inferiorità sia di tipo meramente culturale e non naturale. “Non tutti gli uomini (e soprattutto i più saggi) condividono l’opinione che sia un male educare le donne. Ma è vero che molti uomini sciocchi l’hanno sostenuto perché non gli piaceva che le donne ne sapessero più di loro” sostiene l’autrice.

Christine, la cui istruzione le salvò la vita

Christine si salvò e salvò la sua famiglia dalla povertà grazie all’istruzione ricevuta dal padre Tommaso da Pizzano, medico e astrologo che accettò l’offerta del re di Francia, Carlo V di lavorare presso la sua corte dove si trasferì da Venezia con tutta la famiglia.

Christine, dunque, crebbe a corte, tra i libri della biblioteca di corte sollecitata ad apprendere dal padre. Bilingue, anche se scrisse sempre in francese, con nozioni di latino, rimasta vedova del notaio Étienne du Caste e orfana di padre, dovette mantenere i 3 figli e l’anziana madre.

Aveva 25 anni, per colma della sfortuna, quando morì poco dopo anche il re Carlo V, ai quali aveva dedicato una fortunata biografia. La aspettavano anni durissimi duranti i quali oltre all’elaborazione del dolore dei lutti, dovette affrontare cause legali, molte preoccupazioni finanziare e problemi di salute. Ma decise di non risposarsi, di mantenersi autonoma e indipendente: “Diventai un vero uomo”, scrisse di sé in La mutation de fortune.

Mise in pratica la sua abilità letteraria, imparò l’arte della miniatura e aprì uno scriptorium (bottega di scrittura formata da calligrafi, miniatori e rilegatori) specializzato in riproduzione di libri di pregio.

A 53 anni, nel 1418 decise di ritirarsi in convento. La sua ultima produzione letteraria la dedicò a Giovanna d’Arco, eroina della storia francese, sua contemporanea.

La querelle ancora irrisolta

La data di morte è sconosciuta, dovrebbe essere avvenuta intorno al 1430. Certa, invece la sua data di nascita e il luogo: 1364 a Venezia. Così come certo è il nome italianissimo Cristina da Pizzano, riconosciuta in Europa come la prima scrittrice di professione e prima storica laica.

All’illustre autrice, la professoressa di Storia medievale presso l’Università di Bologna, Maria Giuseppina Muzzarelli, ha dedicato il libro Un’italiana alla corte di Francia: Christine de Pizan, intellettuale e donna, ed. Il Mulino 2017, disponibile sulle piattaforme online.

Avrebbe mai immaginato la nostra Cristina che nel XXI secolo saremmo stati ancora nel pieno della querelle des femmes?

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