Arquà. Lungo il viaggio, alla scoperta della solidarietà delle piccole comunità e di Francesco Petrarca

Le nebbie non sono ancora svanite completamente anche se il sole è già alto. Il tergicristallo cigola ritmicamente sul parabrezza, l’umidità di questa valle è proverbiale, favorita peraltro dal sobbollire del terreno di tutta la zona termale.

Casa PetrarcaIn un gioco di marce, l’auto percorre la lieve salita del colle, 5 km sono sufficienti a far sì che, raggiunto il poggio, la coltre di bianca nebbia si dissolva, ed Arquà Petrarca ti appare in tutta la sua straordinaria oasi di pace.

Il piccolo borgo di case chiare è ancora intatto, fermo nel tempo e con un lentissimo ritmo di vita che desta nel visitatore un ricordo di terre lontane, reminiscenze di giovanili letture. L’abitato si raccoglie intorno ad una erta via fatta di mattoni rossi, quasi un pavé ove le fessure tra sasso e sasso testimoniano quanto il tempo e lo scorrere delle acque piovane abbiano lavorato per separare le une dalle altre.

Lasciata l’auto presso la piccola piazza, con naturalezza inspiri profondamente quasi ad immagazzinare nei polmoni ossigeno per il proseguo della salita. Un paio di case contadinesche occhieggiano mimetizzate tra muri e cancellate, qua e là c’è qualche macchia di verde e cosa che sorprende, qualche castagno che si erge più in alto di tutti gli altri alberi.

Uno scompaginato nucleo bandistico, in piazza, suona una marcetta militare, è il 4 novembre 2017 giorno di festa nazionale.

Un trombone, un tamburo, un clarino, una trombetta, è tutto. Le divise pur pulite denunciano gli anni, i bottoni trovano asilo nelle asole con facilità, i fiocchi e le trine dorate hanno perduto in lucentezza. Comunque si avverte, senza retorica alcuna ed in ogni momento, quello spirito di solidarietà che anima le piccole comunità non del tutto contagiate dagli egoismi della società consumistica dei giorni d’oggi. Tra questi colli si sente in modo tangibile che ciascuno è sempre pronto ad aiutare gli altri: e ciò è molto importante.

Sala casa PetrarcaEd in aiuto ci viene subito e spontaneamente la custode della casa-museo ove Petrarca visse gli ultimi suoi anni: il poeta si ritirò infatti in Arquà nel 1370, dopo una vita intensa, fatta di viaggi, studi, lavori letterari, politici, e mondani. Attraverso un piccolo giardino, il cui sentiero porta alla loggia che immette all’ingresso della casetta entriamo per visitare il piano terra dell’abitazione. E’ la parte dove il poeta passava poco tempo trattandosi di una ampia cucina ed ove avvenivano gli incontri con i contadini che discutevano sui raccolti dei terreni adiacenti.

Al centro è disposto un grande tavolo a vetrina ove sono raccolte le prime ristampe delle sue epistole metriche, un’antica edizione del poema latino: l’Africa, che celebra le gesta di Scipione durante la seconda guerra punica, ed opere di rara erudizione, di alta meditazione e morale, oltre che scritti sulla politica di quel tempo cui partecipava col cuore e con il pensiero.

Si scorge una copia riprodotta del Secretum ove dialoga con S.Agostino alla presenza di una donna muta che raffigura la Verità. Quei 3 libri scritti tra il 1347 e il 1353, che trattano nel primo il ‘male’ in generale ed ove figura la sua malattia come la ‘voluptas dolendi’. Nel secondo le sue passioni, ovvero l’accidia che lo tormenta. Nel terzo l’amore per Laura e la gloria considerata la colpa che gli impedisce di raggiungere l’equilibrio spirituale.

Laura è paragonata al lauro, simbolo di vittoria poetica e gioca sul nome Laura nel sonetto: “erano i capei d’oro e l’aura sparsi.” Varie sono comunque le edizioni del Canzoniere le liriche che cantano l’amore per Laura e ne narrano la sua splendente ed incorruttibile bellezza. Conobbe questa dama ad Avignone, allora sposa di Ugo de Sade, e ne seppe apprezzare gli ardori, le speranze, i sorrisi, i rotti sospiri, le dolci lacrime e gli scoraggiati abbandoni. Nella sua poesia c’è un’arte di rara potenza che però fece dell’irrequieto Petrarca un insoddisfatto della vita, combattuto tra le abitudini mondane ed il desiderio di solitudine.

Arqua - studio PetrarcaQuella solitudine che lui cercò e trovò in questo borgo padovano e che scopriamo ancor più quando saliamo al piano superiore di questa villetta ove è visitabile la sua camera, oggi disadorna, anche se una pregevole trifora che guarda il giardino sottostante basta a rendere ricco questo ambiente, e dove una sala rettangolare, con un soffitto a cassettoni, rifatto dopo la morte del poeta, si apre ad una finestra con vetri cattedrali, spessissimi, congiunti tra loro in lega di piombo, di un intenso color blue, e che fanno intravedere i filari di viti lungo le fasce collinari sottostanti.

Nell’adiacente studio è esposta una stampa della Valchiuse ove egli visse anni da eremita, e che oggi ha stretto un gemellaggio con Arquà. Non accessibile è un piccolo verone ove è custodita la poltroncina sulla quale Petrarca reclinò il capo alla vigilia del suo settantesimo compleanno, impegnato a leggere un’ode di Virgilio, ed ove in una piccola libreria traforata, sistemata al lato della stessa, la tradizione vuole che sia stata trovata, in una scatolina, “senza essere stata mostrata da lui a persona” la canzone alla Vergine che fu poi posta quasi a chiusura del Canzoniere.

Vergine bella, che di Sol vestita, coronata di stelle, al Sommo Sole

piacesti sì, che in te sua luce ascose, amor mi spinge a dir di te parole:

ma non so’ incominciar senza tu ‘aita, e di Colui, ch’amando in te si pose.”

Tomba PetrarcaCon questa preghiera Petrarca descrive tutta la sua fede ed ammirazione per la Madre celeste che definisce ad ogni capoverso: bella, saggia, pura, benedetta, santa, gloriosa, sola al mondo, dolce e pia, chiara, sacra et alma, tale terra, d’alti sensi, tutta speranza, di sante lacrime, umana, unica e sola, e chiude con l’invocazione “raccomandami al tuo figliol che accolga il mio spirito ultimo in pace.”

E quanto è scritto in latino, sul sarcofago che conserva le sue spoglie ci lascia ancor più intimiditi.

“Questa pietra ricopre le fredde ossa di Francesco Petrarca, accogli o Vergine Madre, l’anima sua, e tu figlio della Vergine perdona. Possa essa, stanca della terra, riposare nella rocca celeste,”

Un sommesso chiacchierio, fa sì che l’orologio attiri la nostra attenzione: le dodici e trenta. La S. Messa è finita, la gente torna a casa. Un chierichetto con ancora la cotta indossata, corre a perdifiato lungo la discesa. L’auto, scende veloce lungo la via percorsa in precedenza, lo strimpellare della banda lo si percepisce a malapena, vorresti dire qualche cosa ma le parole non le trovi né le vuoi cercare, pochi attimi ancora e tutt’intorno sarà nuovamente un silenzio pastorale.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *